CāĆØ un segno positivo, senzāaltro consolante, nel fatto che per emozionarti davanti a unāautomobile oggi puoi entrare in un museo. Vuol dire che le auto – quelle di ieri e perfino, anche se più raramente, quelle di oggi – non hanno smesso di raccontare qualcosa, di vibrare, di nascondere storie, misteri e curiositĆ sotto la carrozzeria.


Basta cambiare contesto, rallentare il passo, lasciare che lo sguardo si posi su una linea, un dettaglio, una curva inaspettata. Allora il sogno torna a galla, come un vecchio modellino Politoys riemerso da un baule in soffitta. Certo, noi figli degli anni Cinquanta – la generazione che ha preso confidenza con il mondo attraverso una macchinina prima ancora che con un pallone – siamo cresciuti con auto che parlavano, ammiccavano, seducevano, facevano le smorfie. Le Fiat 500 e 600, il Maggiolino, la 2CV, la R4, la Bianchina trasformabile, la Dyane: tutta una piccola mitologia motorizzata, una banda di compagne di viaggio un poā buffe, un poā geniali, tutte con unāanima luminosa dentro.

E le āsignoreā di classe media, 1100, 1300, Appia, Fulvia, Giulia⦠sembravano uscite da un romanzo che raccontava il momento in cui il Paese imparava a respirare benessere e futuro. Erano oggetti, certo, ma erano anche racconti, idee, caratteri, temperamenti. Pezzi di umanitĆ su quattro ruote.

E allora la domanda si fa seria ma non triste: oggi ci si può ancora innamorare di unāauto? Anche se ĆØ un Suv progettato da un algoritmo che conosce le nostre abitudini meglio di noi ma dimentica il calore della creativitĆ artistica? O unāelettrica silenziosa che ti toglie il piacere della sgasata gradassa? Anche se ĆØ un veicolo a guida autonoma sul quale viaggiare come su un autobus di lusso, ma sempre con quel filo di ansia perchĆ© lāerrore digitale fa più paura di quello umano? Io dico di sƬ. Basta ritarare lo sguardo. Basta ricordare il bambino che siamo stati.

Lāho capito proprio al MAUTO di Torino: il Museo Nazionale dellāAutomobile, che in pochi minuti, senza troppe vie di mezzo, ti traghetta dallo spleen estivo alla meraviglia. PerchĆ© lƬ, sulle rive del Po, non si venerano solo vetture: si racconta come lāumanitĆ si sia specchiata in un cofano lucido, come abbia proiettato sullāauto sogni, desideri, ambizioni, paure, piccole felicitĆ . E soprattutto come quei giocattoli per adulti possano riattivare allāistante la memoria personale più tenera. Ć sufficiente vedere un modello della propria infanzia per ricollegarsi come una spina al proprio passato. Con tutta la scossa nostalgica che ci scuote.

CosƬ, ĆØ facilissimo ritrovarsi turbati e ammirati davanti ai miti di un tempo: lāeroica Itala 35/45 HP del raid Pechino-Parigi (1907), la lussuosa Isotta Fraschini 8 A del 1929, la Mercedes Benz 540K del ā36, lāAlfa Romeo Berlinetta Touring del ā37, la āscultura in movimentoā Cisitalia 202 del ā48, la Lancia Aurelia B20 del ā51; e via via le immortali Packard, Cadillac, Rolls-Royce, Jaguar, Ferrari, Maserati. Tanto più davanti a certi temerari prototipi rivoluzionari come la Monaco Trossi del ā35 col suo motore stellare di derivazione aeronautica o la Fiat Turbina delā54.

Ma il MAUTO ti insegna anche e soprattutto unāaltra cosa: bisogna voler bene alle auto ānormaliā, quelle che ci hanno portato a scuola, al lago, dai nonni, al mare, in vacanza, in fuga. E rendere loro un riconoscente omaggio. Quelle utilitarie che abbiamo lavato a mano il sabato come se fossero animali domestici in attesa di coccole. Anche se oggi ci sembrano scialbe, scalcagnate o addirittura cafoncelle, era lƬ che si annidava il vero charme. E come non rimpiangerle oggi che molte quattro ruote contemporanee non irradiano più quellāallure cosƬ irripetibile, ma solo massima efficienza, come strumenti di precisione, simboli del trionfo della tecnica sulle ragioni del cuore?


In casa nostra valeva il dogma: āSolo marchi italianiā. E dunque Fiat, Lancia, Alfa Romeo. E due auto per famiglia: la piccola e la grande. Un mondo in moto perpetuo, unāItalia che diventava adulta attraverso pneumatici con la fascia bianca, portiere controvento, deflettori aperti per buttare fuori la cenere, radio gracchianti, accendisigari sul cruscotto, radiatori in ebollizione. Vacanze in 1100, marron come il tinello, con le valigie legate sul tetto. Gite a Lugano con la Giulia blu per fare il pieno di benzina e sigarette. La 500 celeste con la capottina di tela sempre aperta dāestate. La āprocessione delle macchineā a Pasqua sulla vecchia Topolino Giardiniera, con i profili in legno, la stessa con cui si andava in Monferrato a comprare il vino del contadino.

Un caotico miscuglio di sacro e profano, fra preghiere, incensi, fumi degli scappamenti, clacson musicali, rosari tintinnanti appesi al retrovisore, magneti di San Cristoforo e cagnolini con la testina mobile al lunotto posteriore. Gli spavaldi tour dei viali cittadini sulla Giulietta Sprint rossa e sulla Jaguar E verde dello zio, sfidando i semafori e gli stop. Non ne avevamo ancora coscienza, ma stavamo costruendo un primo abbozzo di Italian Style, rude ma verace, con tutto il suo contorno di panini alla frittata e parmigiana ben stivati nel bagagliaio. Poi sono venute le estati adolescenziali: le fughe in Versilia sulla MG color pervinca dellāamico ventenne (nemmeno fossimo in un romanzo di Arbasino o Gassman e Trintignant sulla Lancia Aurelia spider) e i pomeriggi di flĆ¢nerie sulla Duetto rossa della zia āmolto Lisa Gastoniā. Infine, la patente presa facendo pratica su una 124 Sport.

E poi, molto più tardi, lei, la DĆ©esse, la Dea, quella che insieme alla Miura e alla Jaguar E fa parte della mia personalissima TrinitĆ dellāeleganza. Se lāauto dei miei ventāanni ĆØ stata la minimale Dyane, quella dei trenta ĆØ stata lāopulenta DS 21, comprata, usatissima ma ancora vivace, con i primi stipendi da giornalista. Azzurra con il tetto bianco, elegante come un fenicottero, divina per definizione, come la Callas. Femminilissima con le sue curve delicate e lisce e morbide.

Un oggetto alieno, proveniente da un altro universo (per citare Roland Barthes). E quel suo modo di sollevarsi sulle sospensioni idropneumatiche era una vera epifania meccanica: prima dietro, poi davanti. Una danza. Il cambio al volante, con una sola razza, il divano anteriore comodo anche per tre, il motore discreto come un segreto bisbigliato. La strada che si apriva davanti come una promessa di felicitĆ . Serate e nottate a macinare chilometri per il solo piacere di viaggiare come sulle nuvole. E dentro quellāabitacolo si potevano improvvisare feste, filosofie, progetti: tutto un insieme di visioni e suggestioni fra Nouvelle Vague, Semiologia ed Esistenzialismo, ispettore Ginko e commissario Maigret, Parigi e Jane Birkin, Brigitte Bardot e Saint-Tropez, ācercando di rubare qualche goccia di flebile gioia dalla confusioneā, come diceva la De Beauvoir. Un immaginario dove a volte si fa fatica a distinguere ciò che si ĆØ vissuto da quello che si ĆØ letto e visto al cinema.

Non ho incontrato la Dyane al MAUTO, peccato, ma la DS sƬ – per la precisione la primissima versione, la 19 delā55 – celebrata con unāinstallazione che sembra meditare sul rapporto tra automobile e sogno. La stessa installazione che CitroĆ«n portò alla Triennale di Milano: la scocca nera, senza ruote, sollevata da terra, che si impenna come un aereo o come unāinvocazione, circondata da specchi che moltiplicano la sua forma animale, aeronautica, quasi spaziale. Ć un omaggio al genio italiano di Flaminio Bertoni, scultore prima ancora che designer. E non stupisce che ben sei dei grandi progettisti ben raccontati qui al museo – Fioravanti, de Silva, Gandini, Brovarone, Giugiaro padre e figlio – indichino la DS come lāauto che avrebbero voluto creare.

Ma, si dirĆ , bisogna proprio metterci tanto del nostro se si vuole provare un poā di suggestione a ogni costo davanti a un oggetto fatto per spostarsi sputando fumo e rumore? Per apprezzare quelle forme immobili nei saloni di un museo, oltre al grande amore, ci vuol anche molta cultura, fantasia, storia alle spalle? Qui non ĆØ indispensabile. Non si può negare che venga lo show prima di tutto.

PerchĆ© il MAUTO, nellāallestimento di FranƧois Confino (che aveva giĆ firmato lāassai pop Museo del Cinema alla Mole Antonelliana) punta parecchio sullo spettacolo, non ĆØ pensato per i nerd e i geek e i tecnici, ma per il grande pubblico, per le famiglie, premendo lāacceleratore sullāemotivitĆ , mettendo in mostra icone dello stile che suscitano venerazione estatica, esaltando il ruolo dei creativi del design (e purtroppo nemmeno una citazione per Luigi Colani, il geniale creativo detto āil Leonardo del design automobilisticoā, maestro del bio-design). Insomma, un luogo per sognatori. Per chiunque voglia riprovare quella lontana scintilla ludica. A volte si indulge nel āwowā, certo, ma non cāĆØ nulla di male. E anche quando manca qualche indimenticabile (tanto per dire, stando agli estremi, la Panda e la Mercedes SL 300 Ali di Gabbiano del ā54, che ho avuto il privilegio di pilotare fra Stoccarda e la Foresta Nera), ti rendi conto che ĆØ impossibile racchiudere tutto. E va bene cosƬ.

E poi, inevitabilmente, ti viene da pensare a Torino, magari sorseggiando un vermouth a fine giornata sotto i portici di piazza San Carlo. Torino, una cittĆ che, da capitale dellāauto, si ĆØ trasformata mille volte, perdendo quella sua identitĆ di Motown italiana. Una cittĆ che negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta era cupa e rigorosa, fumosa e grigia, poco magica, severa e assai provinciale, mentre oggi appare luminosa e cortese e aperta al mondo. Una cittĆ che ha vissuto rivolte studentesche, lāautunno caldo delle lotte operaie, dipinta in chiaroscuro in romanzi memorabili come quelli di Fruttero e Lucentini. E che adesso, pur avendo perso pezzi preziosi della sua epopea motoristica, continua a reinventarsi.
CosƬ il MAUTO, che infatti non ĆØ un monumento alle antiche glorie come i tanti bronzi equestri di reali e generali sabaudi nelle ariose piazze del centro, ĆØ un organismo vivente che resiste e si rinnova: nuove sale, mostre temporanee, 2.000 metri quadrati appena inaugurati e dedicati al design, percorsi didattici, una mostra emozionante attualmente in corso, Ferrari Design. Creative Journeys 2010-2025. E News from the Near Future, un progetto sullāarte contemporanea in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Ć un museo in movimento, proprio come le auto che racconta.

Fuori, il mondo viaggia velocissimo: i marchi storici cambiano pelle (e non sempre vanno nella direzione giusta), lāautomotive ĆØ in crisi, annaspa fra elettrico, ibrido e promesse di motori a idrogeno, il Lingotto diventa un mesto centro commerciale. E lĆ dove ruggivano le catene di montaggio, fra una scialba panineria e lāennesimo negozio di sneakers, oggi fanno mostra di sĆ© auto elettriche cinesi. Tanto contemporanee quanto anonime. Ma forse non ĆØ un funerale, solo unāevoluzione.

Che sia un bene o un male, lo deciderĆ il tempo (senza farci attendere troppo). Intanto possiamo ancora entrare al MAUTO, e da adulti ritrovare la parte di noi che sfidava il mondo con due macchinine colorate sul tappeto della cameretta. E forse ĆØ proprio questo, oggi, il vero lusso: la possibilitĆ di tornare a sognare.
