Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

L’auto dei miei 20 anni/2 Com’era pop la Dyane

Chiamarla automobile è riduttivo, per non dire offensivo. I miei sentimenti per lei sono tuttora, dopo decenni, di rispetto, amore, riconoscenza. Per i miei lontani vent’anni fu qualcosa di epico, un distillato di libertà, avventura, spericolatezza, follia, il sinonimo perfetto della giovinezza vissuta negli anni Settanta. Non di corsa, ma a una media dei 60 all’ora. La Dyane della Citroën (nel mio caso la Dyane 4, non la migliorata 6), quella cosa aliena tutta squadrata e angolosa, certo non bella, con un motorino bicilindrico 435 cc da 25 hp che nemmeno uno scooter moderno, bè, quella scatola azzurra mi trasportò in mezza Europa in alcuni viaggi memorabili, quello davvero avventuroso attraverso la Jugoslavia di Tito fino ad Atene e ritorno. E voglio dirlo a onore degli ingegneri della Citroën e della meccanica di un tempo, pura, dura, zero elettronica: migliaia e migliaia di chilometri su strade che, a volte, sembravano camionabili militari, senza mai il minimo guasto.

I ventenni e trentenni di oggi non hanno mai visto una Dyane circolare sulle strade. Quella che all’epoca venne progettata come erede della 2CV (bellissima lei, con le sue sensuali rotondità, un po’ fighetta, molto Nouvelle Vague) fu prodotta dal 1968 al 1975. E oggi, a differenza di altre utilitarie dell’epoca, come la 500, sembra letteralmente scomparsa, anche dalla memoria collettiva. Era un’auto pop – anzi, con la mentalità binaria dell’epoca era considerata di sinistra – molto economica, poteva fare quasi 20 chilometri con un litro di benzina, quattro posti e quattro porte, un enorme portellone posteriore, interni spartanissimi con i sedili in tubolare e sedute di tela. E quel fascino così francese regalato dal cambio al cruscotto, una leva lunga dall’utilizzo non proprio intuibile all’inizio. Per non parlare delle sospensioni: abituati alla rigidità delle autovetture di casa nostra, rischiavamo il mal di mare con tutta quella morbidezza; bastava prendere una curva a 40 all’ora perché la Dyane si inclinasse come una barca che va di bolina.

Poteva essere il 1977 o il 1978, anni in cui noi ragazzi di Vercelli, sprofondati d’estate in fondo alle risaie con la sola consolazione di un gelato al limon, sognavamo rivoluzioni e fughe nell’ignoto, nell’esotico. E la passione per i motori, che era forte in provincia, ci spingeva a quelle imprese che poi si raccontano per anni nei bar. C’era chi partiva in Vespa per Capo Nord e tornava dopo una settimana con la schiena a pezzi; chi, dopo cena, saliva sulla Fulvia HF per andare e bere il caffè a Santa Margherita e rientrare nella notte. Io e Vittoria, la mia fidanzata di allora, pensammo di esagerare: Atene, perché no? Andandoci in auto, ovviamente con la Dyane. E rigorosamente facendo il giro lungo. Perché prendere un comodo traghetto quando puoi diventare leggenda da bar attraversando con un’utilitaria la Jugoslavia?

La Dyane, che avevo acquistato per poche lire, usata e con già 50mila chilometri, era un mezzo assai versatile che sopportava pazientemente ogni angheria, come un mulo: in tre giorni si trasformò in un micro-caravan. Smontammo il sedile posteriore, realizzammo un pianale di compensato che si adattava alla perfezione all’interno in modo che si potesse, all’occorrenza, dormire in auto spostando i bagagli sul sedile anteriore: due borse, due sacchi a pelo, una tenda, una tanica di benzina e una di acqua, qualche provvista. Si partì a metà

luglio, data di ritorno assai incerta, con la capote di tela arrotolata e i finestrini, che scorrevano orizzontalmente, spalancati. Da Vercelli a Lubiana fu un viaggio piatto e senza storia, tranne il brivido, al confine, di abbandonare il capitalismo occidentale per il comunismo all’acqua di rose di Tito. Dopo Lubiana, però, precipitammo nella Jugoslavia molto hard, che scoprimmo non proprio diversa dai Balcani raccontati da Nicolas Bouvier in La polvere del mondo, forse il più bel libro di viaggio mai scritto. Negli anni Cinquanta, il ventiquattrenne Bouvier e l’amico Thierry Vernet partirono da Ginevra su una Topolino che stava insieme con le preghiere e, attraversate Jugoslavia, Turchia, Anatolia, e Persia, arrivarono in Afghanistan. Un viaggio non solo nello spazio, ma anche nel tempo, in un mondo primitivo e fiabesco.

Nicholas Bouvier e Thierry Vernet

Più di vent’anni dopo, un certo progresso si percepiva in quei territori, ma le strade… ecco, le strade mettevano a dura prova chiunque fosse solito usare l’Autosole o la Torino-Venezia. Nord e Sud erano collegati da un’unica striscia d’asfalto bucherellata, che migliorava un po’ solo prima e dopo Belgrado, la capitale. Due corsie infestate di giorno e di notte da un’incalcolabile varietà di veicoli: camion vetusti che trasportavano merci, persone e animali, carretti trainati da muli, trattori, autobus sgangherati, mezzi militari, macilente Mercedes anni Sessanta con torri di valigie sul portapacchi che venivano dalla Germania riportando a casa per le vacanze famiglie di Rom e di turchi. Ai lati della carreggiata, camion rovesciati con tutto il loro carico di angurie e meloni, carcasse di auto andate a fuoco, rottami di ogni genere…

Come ci spiegò un simpatico poliziotto al quale offrimmo una birra, i camionisti si addormentavano spesso al volante. Pochi posti di rifornimento, alternati a baretti e ristorantini dove mangiare pomodori e peperoni ripieni di riso, aggrediti dalle mosche, le mosche più noiose, indisponenti e appiccicose del mondo. Ma intanto la Dyane, con il ronzio del suo bicilindrico raffreddato ad aria, procedeva instancabile, quasi sempre in coda a qualche camion fumoso perché era impensabile tentare un sorpasso con quel motore da tagliaerba.

A questo punto sono però costretto a fare un elogio della lentezza. Io ho amato le auto sportive, fin da quando, all’età di dieci anni, lo zio Pierangelo, che aveva appena venduto la Giulietta Sprint, si presentò a casa nostra con una fiammante Jaguar E. Era l’auto che tutti noi, lettori clandestini di Diabolik, sognavamo, e che non avevamo mai visto da vicino, un oggetto che, insieme con Eva Kant, accendeva i primi pensieri erotici. E ora eccola lì, verde inglese, gli interni di pelle marrone e radica, che sembrava lanciata a tutta velocità anche da ferma, come una scultura di Boccioni. Ho ancora il rock metallaro del 6 cilindri da 3.800 cc nelle orecchie mentre saliva di giri, l’accelerazione che schiacciava contro il sedile, lo shock dell’esaltazione dei sensi mentre facevamo giri trionfali per la città.

Con la sonnacchiosa Dyane ci si muoveva in un’altra dimensione, quella appunto della lentezza (poteva raggiungere i 100 chilometri l’ora, era dichiarato, ma non ci abbiamo mai provato), dell’attesa, della pazienza, del viaggio come esperienza da degustare a piccoli sorsi. Cullati dal motore che cantava la sua ninna nanna. Si dormiva quasi sempre in auto, per risparmiare tempo e denaro e perché i rari campeggi lungo l’infinita strada erano

infrequentabili: organizzazione e servizi igienici al di sotto della dignità. Chilometro dopo chilometro, superammo Zagabria e Belgrado, poi giù dritti a sud verso Skopje, con il profumo d’Oriente che si faceva più forte, fino alla frontiera con la Grecia, una sbarra in mezzo al nulla, con centinaia di auto in attesa, moltissime con targhe tedesche: tardo-hippy assiepati nei loro Maggiolini, famiglie su massicce Mercedes che trainavano spaziose roulotte.

Procedure doganali lunghe, file interminabili per acquistare i buoni benzina con lo sconto carinamente offerto dal governo greco per incentivare il turismo. Ci vollero cinque giorni o più, non ricordo, 14 ore al giorno di guida, per arrivare ad Atene, che allora era una città mediorientale capitata per caso in Europa, con un traffico che avrebbe fatto piangere pure un tassista romano. Dalla capitale si risalì poi verso Salonicco e la penisola Calcidica, allora il paradiso del campeggio libero: spiagge bianche e deserte, naturismo peace&love, insalate greche e retsina tiepida sotto capanni improvvisati, cieli notturni crivellati di stelle.

Per il rientro, si decise ancora una volta di scommettere forte, all in. Da Skopje si scese verso la frontiera albanese. L’idea era di sbucare sull’Adriatico e percorrere le centinaia di curve della litoranea verso l’Istria, superando Dubrovnik e Spalato con le loro memorie veneziane. Ora, quella parte della Macedonia che confina con l’Albania era senza dubbio la regione più desolata, povera e negletta della Jugoslavia. La rete viaria, un disastro. E proprio lì, in mezzo alle montagne, la Dyane compì il definitivo gesto eroico. La carovana di mezzi che, come noi, seguiva quella malandata strada, si trovò all’improvviso sul ciglio di una gola, ma il ponte che prima scavalcava il torrente era crollato ed era in ricostruzione.

Per passare dall’altro lato si doveva doveva scendere una sterrata ripida, transitare su uno stretto terrapieno sul letto asciutto del torrente, risalire un pendio incrostato di sassi che si impennava paurosamente. I tedeschi, prima beati nel comfort delle loro berline e roulotte, furono costretti a fare inversione e rientrare verso Skopje, ormai a circa 200 chilometri: la carovana si ridusse a poche auto che tentarono l’impresa. Fummo i primi, con incosciente spavalderia, ad affrontare la discesa, i vecchi freni a tamburo, pur surriscaldati, reggevano bene, l’auto teneva la traiettoria. Poi non ci fermammo a guardare la parete che da sotto sembrava verticale: via, in prima, motore che digrignava i denti, su di giri, le ruote anteriori che slittavano sui sassi e sulla terra, le sospensioni che pompavano, tutto un rollio e beccheggio. E imprecazioni. Ma la Dyane arrivò in cima. Fu un insieme di fortuna, un pizzico di abilità al volante, ma soprattutto le qualità eccelse della piccola francese: grazie alla sua leggerezza, 590 chili a vuoto, la Dyane si era arrampicata come un alpino.

Da lì il micro-caravan azzurro si diresse a Nord, con una sola deviazione verso l’interno, destinazione Sarajevo. Un portale fra Occidente e Oriente, fascino decadente e polveroso, fantasmi della Prima Guerra Mondiale in attesa di quelli degli anni Novanta, dove potevi ancora bere il caffè nel quartiere turco, seduto su una panca di legno, accanto ai vecchi con giacche, gilet e berretti neri anche d’estate, facce dure che aspettavano in silenzio che la polvere di caffè di depositasse sul fondo della tazzina.

Dopo quel tour, la Dyane ci portò l’anno successivo in Spagna, poi in Francia, fino a che, dopo aver accumulato 120mila chilometri, si arrese. Se esiste un Paradiso delle automobili, che mi immagino come un infinito circuito di gara, lei è sicuramente in pole position. E giuro, se ne trovo una in buono stato, la ricompro. (2/continua)