Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

L’auto dei miei 20 anni/ Che bella quella 600 ma se avesse avuto 4 porte…

Il 1968, l’anno della maturità classica con i quattro scritti (tema di italiano, traduzione dal latino in italiano e dall’italiano in latino, traduzione dal greco in italiano) e l’orale con tutte le materie, più i riferimenti a tutte le discipline del triennio, suddivise in due gruppi, letterarie e scientifiche, rappresenta l’ultima espressione del boom nel nostro Paese. Poi, a forza di lenire e accarezzare e comprendere, abbiamo deciso che lo studio dovesse diventare una pianura, anzi un clivo ridente e scosceso.

Però il ’68 fu un anno di portenti. Protestavamo, eccome. Ricordo una delle prime assemblee cittadine al Centro sperimentale di cinematografia in via Tuscolana, a Cinecittà, quartiere dove abitavo e dove mi capitò di fare qualche comparsata per mettere su du’ spicci, come si dice a Roma. Ci mostrarono un paio di cortometraggi in 16 millimetri girati a Parigi, perché i francesi per le rivoluzioni lasciali stare. Noi ragazzi ancora in giacca e cravatta e le ragazze con il filo di perle al collo, però in tasca l’Unità oppure Foglie d’erba di Walt Whitman oppure L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. A rotazione, perché avevamo bisogno un giorno di prosa e l’altro di poesia.

Cominciavano a circolare i primi Ciao della Piaggio, in genere tra gli studenti dei licei del Centro di Roma, mentre in periferia persisteva il modello “cavallo di san Francesco”, cioè a piedi, e i mezzi pubblici della Stefer, molto prima dell’Atac, quando il tram faceva ancora capolinea davanti gli Studios di Cinecittà e si spingeva, dopo trentatré fermate, fino alla Stazione Termini dopo aver lambito la Centrale del latte di Roma.

Credo che sia stato Gabriele O. il primo a presentarsi motorizzato sotto il cancello del liceo Augusto in via Gela. Veramente era una bicicletta bella tosta con il motore sistemato sotto i pedali che agiva facendo ruotare un rullo aderente al copertone posteriore. Un Mosquito Garelli, forse. Imboccava via Gela dalla Tuscolana, girando a tutto gas la manopola in salita, senza pedalare e arrivare fresco come una rosa. Il Mosquito lo sentivi prima di vederlo, perché l’udito è il senso che precede l’attesa del vedere apparire. Oggi il motorino elettrico è un frullino asettico che testimonia l’agonia della ragion d’essere del motore ispirato dal decibel per esprimere sonoro e potenza. I decibel del Mosquito hanno attraversato in lungo e in largo questo Paese, con l’idea di fare casino per arrivare da qualche parte. Non chiedetemi dove. Ognuno è libero di tirare la sua conclusione.

Che i francesi volessero dettare la linea si capì quando si fece avanti il VelósoleX. Il motore era sistemato sopra la ruota anteriore, con lo stesso principio di sfregamento del rullo sul copertone, però sussurroso et noir et élégant. Non ci potevi piazzare una marmitta da tamarro.

Comunque il popolo minuto della classe provò il suo stupore autentico quando Maurizio B. parcheggiò, vicino al cancello del liceo, la sua Fiat 850 coupé color nocciola. Uno standard lontanissimo dalle possibilità economiche delle famiglie alle quali apparteneva la gran parte di noi. Ancora adesso, sono trascorsi cinquantasette anni, c’è chi continua a rinnovare l’abbonamento annuale all’Atac per senso di fedeltà e appartenenza a quell’idea di sé che è diventata un vezzo sbiadito e inattuale.

Fiat 850

Presa la patente, una delle prime guide me la concesse Roberto D. che girava spesso con la Fiat 1100 del padre. Molto meglio di uno Spritz l’emozione di affrontare la discesa del Quadraro, superati gli archi del Mandrione, con quel cambio al volante molto lento e signorile.

Finalmente, ma dopo molto e lamentoso insistere, mio padre mi consegnò le chiavi della Fiat 600 bianca targata Roma 548800 che lui insisteva nel chiamare Fiat 767, alludendo alla cilindrata appena maggiore, come se questo potesse cambiare i connotati del nostro status esistenziale. Eppure, in cinque, padre madre e tre fratelli, con un portapacchi che la rendeva tanto alta quanto lunga, scendevamo in Calabria durante la notte, sostando spesso per rimboccare il telo di plastica che copriva le salmerie sistemate sul tetto. Altro che galleria del vento, un cubo semovente che avrebbe confuso anche i marziani di Ennio Flaiano. (1/continua)

Fiat 600

Sarà più sicura e aerodinamica, ma oggi la soluzione di imbarcare le valigie dentro quei box da tetto auto ha spento completamente la memoria da Far West dell’Italia che siamo stati fatta di sdraio, damigiane impagliate e borse gravide. Che vogliamo dire dello psicodramma che occorreva affrontare all’atto del rifornimento del carburante? Il serbatoio era alloggiato dentro il cofano, dove lo spazio era risicato ed erano stipati a forza gli oggetti che dividevano la loro sorte tra l’essenziale e il superfluo che bisognava portarsi dietro. Aprire e poi chiudere il cofano era diventato l’atto di maestria di mio padre compresi sacrosanti i moccoli inviati al cielo.

Fiat 600

Non meno virtuosa era mia madre che per tutto il viaggio, tra il sedile e sotto le gambe ospitava un parallelepipedo termico. Così, ad ogni sosta, noi tre che sedevamo litigiosi nel sedile posteriore, costringevamo mamma a scendere, liberare la ghiacciaia, e constatare che se gli sportelli della Fiat 600 fossero stati quattro la vita sarebbe stata più semplice per tutti. Quello passava il convento e solo adesso capisco perché i conventi sono perlopiù deserti.