È stata maestra di vita, via di Trasone, quartiere residenziale romano, in pieni anni Sessanti mentre io mi avvicinavo ai 18. Con le prime pulsioni amorose, le prime sfide, le prime sconfitte e all’orizzonte il sogno di un’automobile. Soltanto uno di noi, però, aveva la patente e la macchina, l’unico maggiorenne: era una Fiat 600, probabilmente acquistata con le cambiali, come la maggior parte dei beni di allora. Ma c’era il boom economico, l’Italia era forte e piena di futuro. Con quella macchina, facendo i turni, andavamo, tre alla volta più il guidatore, a Ostia o Fregene. “1000 de benza e pieno che esce!”. Si divideva per tre (l’autista ovviamente non pagava) e non solo quello, spesso anche le sigarette, la pizza, si condivideva tutto, le vittorie e le sconfitte, il consenso e il rifiuto e, importantissimo, il numero di telefono!

Non c’era molto traffico, s’andava a 100 all’ora, al massimo, ma lo capisci da te, in quattro (qualche volta addirittura in cinque) su una 600 a Roma era una tragedia, ma per andare a Ostia era tutta in piano! Gelato da Sisto, tentativo di rimorchio e rientro veloce, si fa per dire, a via di Trasone. A quell’età non si poteva chiedere di più!
Tutto era in ritardo anni luce, rispetto ad oggi. La TV era appena entrata nelle case e la politica iniziava ad entrare nelle scuole! I colletti diventavano più grandi e più rigidi e non era la sola cosa rigida: l’educazione era quella di prima della guerra, la sera alle 8.30 ci si sedeva a tavola e si discuteva (ma non si litigava) di tutto, dalla scuola agli amici e chi doveva sparecchiare, grossa rottura di scatole che toccava a turno, non protestava più di tanto!
Era un attico quello di via di Trasone, un bell’attico, di quelli con la grata in legno lungo tutto il terrazzo con le aperture per affacciarsi e le piante rampicanti, il posto ideale per le famose feste da ballo (ma di questo parleremo più in là). Era un gran bel vivere senza playstation, senza cellulari, senza internet, con un pallone, rimediato chissà dove da far saltare sull’asfalto e amici reali, buoni o cattivi non importava e questa non è nostalgia ma consapevolezza!

L’amicizia, la delusione, il tradimento, tutti sentimenti veri, non virtuali, non illusori; ho dato e ricevuto baci, schiaffi, carezze, ho pianto e ho riso tutta roba vera con la quale sono cresciuto e che mi ha fatto crescere!
Abitavamo tutti nella stessa strada: io e Marcello sul lato sinistro, entrando nella via, Alberto, Fabio, Adriano, il Ceazzi e Maurizio Tre Dita sul lato destro, ma per questi ultimi devo spiegare: Ceazzi era il cognome di questo ragazzo di cui non ricordo il nome e Maurizio aveva realmente tre dita nella mano destra perse non so come.
Ad alcuni di noi era stato dato un soprannome, un nomignolo da Paolo: wimp, pecora, Cerignola, eccetera; Paolo era l’unico esterno, abitava non lontano, ma era come se fosse vissuto lì da sempre. Era speciale, è speciale ancora oggi: quando mi arrivò la famosa “cartolina rosa” ero disperato, sicuro che mi avrebbero sbattuto in qualche gelido buco del nord; sto parlando ovviamente della naja, il servizio militare obbligatorio e lui, per sdrammatizzare e consolarmi mi propose una passeggiata a Fontana di Trevi a cazzeggiare mangiando, a morsi, una lattosa mozzarella! Mi passò tutto!
Sabato era il grande impegno della settimana: si doveva organizzare la festa della domenica pomeriggio e funzionava più o meno così per tutti:
1) elenco degli invitati maschi e femmine rigorosamente di numero pari (spesso lo scopo primario della festa era la ragazza carina che interessava il padrone di casa)
2) preparazione dei panini imbottiti con prosciutto e mortadella, pancarré con il più del più, aranciata e coca cola + una Vecchia Romagna nascostissima!
3) indispensabile ricerca di quello che oggi si chiamerebbe dj e che nel 1960 era quello che metteva i 45 giri, in genere il più sfigato.

C’era allora un personaggio difficile da evitare: l’imbucato, in genere l’amico dell’amico della ragazza carina per la quale era stata organizzata la festa, un vero professionista, uno specialista dell’imbuco; un’oretta in una festa, 4/5 panini, 3/4 bicchieri di coca e via ad un’altra festa, con la sua amichetta naturalmente e così una via l’altra!
Sulla terrazza del 21 di via di Trasone si accendevano le luci soffuse, molto soffuse e facilmente sopprimibili al primo alito di vento, perché, siamo onesti, l’unico scopo era il “pomicio” al buio! Per le feste al piano terra si veniva la domenica mattina con una fionda e si … spegneva il fastidioso lampione per avere maggiori possibilità!
Insomma, ho imparato più in quella strada, con quei ragazzi, con quei fratelli, i miei fratelli, che in qualunque altro periodo della mia vita, senza quell’esperienza oggi sarei un’altra persona. E, in fondo, eravamo felici anche con una Fiat 600 da dividere con gli amici… (7/ continua)

