Ci sono automobili cui capita di entrare di prepotenza nella Storia maiuscola e diventare emblemi di un avvenimento riassumendolo senza bisogno di aggiungere altro. Talora sono formidabili eventi sportivi (penso all’Itala del raid Pechino-Parigi o alle Alfa Romeo di Nuvolari), tal altra invece avvenimenti tragici e luttuosi, addirittura catastrofi. A questo mi ha fatto pensare il bel libro R4 di Piero Trellini, figura eclettica di giornalista, scrittore, autore per la tv, fotografo e perfino investigatore privato, con curiosità a 360° per i grandi casi soluti e insoluti e una vasta produzione di volumi dalle molte pagine, tutte così appassionanti da sembrare invece poche, fulminee e godibili appieno.

La R4 di cui si parla è la celeberrima Renault rossa nella cui “sconcia stiva” (come ebbe a scrivere il poeta Mario Luzi) fu acciambellato e ucciso come in una esecuzione mafiosa Aldo Moro dopo 55 giorni di prigionia in vari covi delle Brigate Rosse. È storia sulla quale ancora non si è fatta piena luce e la reticenza è molta sia da parte dei sopravvissuti protagonisti – ormai tutti liberi se non “riabilitati” – che da parte di coloro che avrebbero dovuto contrastarli: la politica innanzi tutto, poi gli organi di controspionaggio e polizia incredibilmente inefficienti e, non ultima, l’informazione impegnata in posizioni “politiche” anziché cercare piste e notizie, tanto da autorizzare le più ardite dietrologie. Non vogliamo qui rinverdirle dato che non è questo l’oggetto del libro. Che si sviluppa invece raccontando la storia della piccola utilitaria francese e dei suoi costruttori, ripercorrendo le origini di quell’avventura industriale che avrebbe così profondamente inciso nella storia del 900.

Basterebbe il primo capitolo, quasi un’introduzione in epigrafe, a rivelare la natura romanzesca del libro anziché il solo scrupolo saggistico (pure ampiamente assolto): è il racconto dell’attentato di Sarajevo nel quale furono assassinati gli arciduchi d’Austria Francesco Ferdinando, nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe ed erede al trono, e la moglie morganatica polacca Sofia Chotek von Chotkowa. Tutto ruota attorno alla Gräf & Stift “Bois de Boulogne” sulla quale viaggiavano i reali, oggi conservata all’Heeresgeschichtliches Museum di Vienna dopo una storia di successivi proprietari tutti morti tragicamente, auto maledetta come la Porsche 550 “Litte bastard” di James Dean o la Lincoln Continental di Kennedy.



Nel corso della visita imperialregia la Gräf & Stift subì un primo attentato andato a vuoto da parte della combriccola raccogliticcia dei cospiratori sotto i vent’anni, molti dei quali rinunciarono al proposito omicida. L’auto cambiò il suo percorso e finì imbottigliata in un vicolo della capitale proprio davanti al più deciso, lo studente Gavrilo Princip che, senza nemmeno prendere la mira, esplose due colpi fatali con la sua FN belga calibro 7,65 (licenza Browning) ponendo fine alla vita di Francesco Ferdinando e Sofia nonché ad altri 17 milioni di persone nel conflitto che da Sarajevo prese inizio. Ai limiti del paranormale la targa, A III 118, che recava enigmaticamente incisa la data dell’armistizio che avrebbe posto fine al massacro: 11 novembre 1918.


Questa breve introduzione ci porta già nel cuore dello stile di Trellini che prosegue, prima di arrivare al nocciolo dell’auto che da nome al libro, raccontando la nascita dell’automobilismo in Francia non mancando di notare come questa sia coeva a quella del cinema, tanto che nella zona, un tempo mirabilmente agricola e paradisiaca di Billancourt, gli stabilimenti dei fratelli Renault e dei fratelli Lumière sorsero quasi insieme. Sul perché la Francia sia stata la culla di queste due invenzioni, o meglio della loro possente industrializzazione (uno dei primi motori a combustione interna fu quello del francese Etienne Lénoir del 1860 ma il primato spetta agli italiani Barsanti e Matteucci che costruirono il loro nel 1854).

Sono tante le ragioni, dalla lungimiranza di Luigi XIV le Roi Soleil che fece costruire la prima rete stradale all’inventiva di Joseph Nicolas Cugnot che nel 1769 inventò la prima macchina semovente della storia. Fatto sta che questo Paese, prima guidato dalla monarchia assoluta, quindi da una travolgente rivoluzione, poi dall’ambizione napoleonica, fu più ancora dell’Inghilterra e della Germania (che avrebbero però seguito a breve) il propulsore e l’acceleratore della moderna industrializzazione e degli sconvolgimenti che ne seguirono. L’Italia si sarebbe presto aggiornata con la fondazione nella sola Torino di ben 47 marchi e avrebbe poi, a cavallo del secolo, sviluppato con la Fiat una possente industria automobilistica e una pletora di carrozzieri fra i più acclamati nel mondo intero. Poco da invidiare all’America che, forte dell’immensità del territorio e dello sterminato mercato offerto da metropoli e campagne, avrebbe maturato senza concorrenti che non fossero interni le dimensioni elefantiache che sappiamo.

Resterebbe da dire dei capitoli che parlano della R4 ma non vorrei guastare la sorpresa. La messe di informazioni, di dettagli anche minuscoli che sostengono tutta l’indagine è sbalorditiva e rivelatrice: chi ha interesse per questo cold case che sembra ormai destinato all’impenetrabilità malgrado la fatica di tanti studiosi (vorrei qui ricordarne almeno uno: Paolo Cucchiarelli che in Morte di un Presidente e ne L’ultima notte di Moro, ha indagato su quel che avvenne all’interno della Renault rossa con identica acribia) non ha che da immergersi nella lettura e scandalizzarsi a ogni riga.

La bellezza di questo libro, che suggeriamo in ugual misura agli appassionati di storia, di saggistica industriale e di letteratura d’inchiesta, sta nel ricostruire una fitta rete di intrecci fra le varie famiglie di imprenditori, non soltanto le principali francesi Renault, Michelin, Citroën, Peugeot e le loro alterne, talvolta tragiche vicende, ma anche quelle che si sviluppano nel resto d’Europa fino all’esplosione del secondo conflitto mondiale che di nuovo l’incendierà. Questo pregresso alla nascita della R4, pur non essendo indispensabile per capire il suo ruolo all’interno del caso Moro, è una ricognizione assai suggestiva sulle grandi illusioni del “secolo breve”, figlie dell’illuminismo che credeva alle magnifiche sorti e progressive e di quella volontà di potenza che rischia sempre la degenerazione quando si associa solo all’economia e non, contemporaneamente, al miglioramento della società.

Non sconcerti il “peso” di questo prezioso volume: nulla sarà più appassionante che sfogliarne le pagine sapendo che sono tante le cose da scoprire e che il coinvolgimento durerà a lungo.

