Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Caso Moro: le tre auto che sanno la verità

La terribile vicenda del sequestro, detenzione ed esecuzione di Aldo Moro, iniziata con la strage della scorta in via Fani, si concluse col ritrovamento in via Caetani del suo cadavere, schiacciato come un sacco d’immondizia nella “sconcia stiva” (come scrisse Mario Luzi, sono sempre i poeti a trovare le parole giuste!)  all’interno di una Renault R4 rossa, utilitaria francese abbastanza diffusa anche da noi (ne ha scritto su questo sito Fabrizio Berruti e rimando a lui per tante precise informazioni). Era il 9 maggio del 1978, ma la brutta storia era cominciata 55 giorni prima.

Roma, 16 marzo1978, via Mario Fani

Sull’intera vicenda del sequestro Moro con annesso annientamento della scorta (ma “scorta” è parola cumulativa che non rende giustizia alle persone brutalmente sacrificate: il maresciallo CC Oreste Leonardi, l’appuntato CC Domenico Ricci, il vicebrigadiere P:S. Francesco Zizzi, la guardia P.S: Giulio Rivera, la guardia P.S. Raffaele Iozzino), sulle modalità, responsabilità, basisti, covi, sulla presenza o meno di elementi estranei, aiuti, supporto, suggeritori, manine di questo o quell’apparato di sicurezza etc,. si è aspramente discusso per anni in sede processuale, parlamentare, giornalistica, pubblicistica. E ancora si discuterà a lungo, dato che alla fine ha prevalso una versione – diciamo pure “di comodo” – in cui tutti salvano la faccia e si consegnano all’ammirazione dei rispettivi popoli e devoti. Autorità, istituzioni e forze dell’ordine per aver fatto del loro meglio allo scopo di salvare Moro (pur avendo clamorosamente fallito). I brigatisti perché incontaminati progettisti ed esecutori di un piano autoctono (anatema dunque contro chiunque li sospetti di esser stati strumentalizzati). La Chiesa perché pregò e raccolse soldi di un eventuale riscatto. Socialisti e radicali perché cercarono i margini di una trattativa. Comunisti, democristiani, liberali, repubblicani – il fronte della “fermezza” – per aver salvato la Patria, sia pur sacrificandone l’agnello pregiato, l’informazione perché tenne desta l’opinione pubblica (e quanto più intransigente tante più le copie vendute!). 

il comunicato n° 1 delle BR sul sequestro Moro

Allora non ero che un ragazzo, scosso come un cavallo del Palio e senza guida, tutto mi faceva orrore. Le lettere di Moro non mi sembravano affatto sotto dettatura e trovavo disgustosa la filologia adoperata dai sapientoni per sminuirle. Nessuno mi sembrava innocente e credibile, tranne Leonardo Sciascia che – come tutti gli artisti – trasmetteva l’illusione di poterne venire a capo con la sola intelligenza (e a distanza di anni le sue pagine continuano a sembrarmi le più verosimili e illuminate). Comunque si era rotto un patto, il commitment su cui si regge la convivenza, il rispetto delle differenze, la pietà verso i vinti e, aggiungo, verso i vincitori. Dunque le immagini dell’Alfetta bianca targata Roma S93393 e della Fiat 130 blu targata Roma L59812 – crivellate di colpi (che risultarono micidiali perché incautamente non blindate) si sovrapponevano nella mia testa alle tavole della Legge, le cancellavano anzi. L’agonia della Repubblica, oggi sotto gli occhi spaventati di tutti, sentivo che stava cominciando lì.

La dinamica del sequestro, la disposizione del gruppo di fuoco che operò la mattanza, da chi e da quanti era composto, furono oggetto di numerose contradditorie ricostruzioni arrivate col contagocce nei vari processi e commissioni d’inchiesta, fra le quali c’è perfino un disegno esplicativo schizzato da Mario Moretti, che guidava il commando BR.

Con il numero 1 è rappresentata Rita Algranati, l’ultima brigatista a essere stata arrestata nel 2004, condannata all’ergastolo e oggi ancora in carcere. Attraversa via Fani all’arrivo del convoglio di Moro: ne segnala l’arrivo. Con il numero 2 è raffigurata la 128 bianca di Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono che bloccano il traffico mettendosi di traverso dietro il convoglio di Moro appena passato. La numero 3 è l’auto guidata dallo stesso Moretti che rallenta facendo rallentare a sua volta il convoglio. La numero 4 è l’auto su cui si trova Aldo Moro, la numero 5 è l’Alfetta della scorta. Al numero 6 corrispondono Valerio Morucci e Raffaele Fiore che aprirono il fuoco sulla Fiat 130 con Aldo Moro a bordo. Al numero 7 ci sono Prospero Gallinari e Franco Bonisoli, anche loro del nucleo armato. Al numero 8, all’angolo con via Stresa è posizionata Barbara Balzerani che a piedi, sola, controlla via Stresa e via Fani. Il numero 9 corrisponde alla Fiat 132 che, guidata da Bruno Seghetti si portò in retromarcia da via Stresa a via Fani e sulla quale Mario Moretti e Raffaele Fiore caricarono Aldo Moro. Mario Moretti, condannato all’ergastolo, si trova ancora in regime di semilibertà al carcere di Opera.

Non sapremo mai se le cose andarono veramente così. Solo quelle auto conoscono la verità in ogni minimo dettaglio, magari potessero parlare!

L’abbondante letteratura su via Fani è superata solo da quella dedicata a via Caetani: sull’orario in cui la sua presenza cominciò a destare sospetti non esistono testimonianze univoche e c’è da rompersi la testa a leggere le migliaia di pagine delle varie Commissioni Moro. La pubblicistica sul caso Moro è così sterminata che da sola occupa centinaia di files e immagini nel mio computer e in casa due enormi librerie, talmente cariche che devo ormai disporre i libri sdraiati. Due di questi, Morte di un presidente L’ultima notte di Moro, entrambi di Paolo Cucchiarelli, scrittore che i grulli dileggiano come “complottista” senza averlo letto, si sono presi la briga d’interrogare l’ultima auto di cui parleremo, la Renault rossa targata Roma N57686 e di far “parlare” per l’appunto la sconcia stiva.

Tre auto del caso Moro: la Fiat 130, l’Alfetta, la R4

La targa è fasulla (proviene in realtà da un’Alfetta dell’Alitalia), l’auto è stata rubata all’imprenditore edile Filippo Bartoli che poté rientrarne in possesso nel 1980 ricoverandola sotto una tettoia di casa fino al 2013, anno in cui decise di donarla all’Autocentro della Polizia di Stato di Roma dov’è tuttora.

Cucchiarelli, assistito dal medico legale Alberto Belloco e dal perito balistico Gianluca Bordin, esamina tutto l’esaminabile: la relazione autoptica sul corpo di Moro, le immagini rilevate, le perizie agli atti dei numerosi processi, gli allegati delle altrettanto numerose commissioni parlamentari, e giunge alla sconvolgente conclusione che Moro non fu ucciso nel bagagliaio della Renault in via Montalcini, come si è sempre detto (il primo ad auto-accusarsi di essere stato il killer di Moro fu Prospero Gallinari, poi Mario Moretti disse di essere stato lui, infine fu attirato in ballo Germano Maccari: versioni che si muovono e si smentiscono in continuazione), bensì all’interno dell’auto, mentre era seduto sul sedile posteriore, ottimisticamente convinto che di lì a poco il Calvario sarebbe terminato. Per chi volesse saperne di più rimando alla lettura di questi volumi così dettagliati, ignorando le scomuniche scagliate contro questo scrittore troppo irregolare e “cane sciolto” per accoglierlo nella tribù.

Roma, 9 maggio 1978, ore 13:30. Gli artificieri tentano di aprire lo sportello posteriore della Renault R4

La storia di questa autovettura e dell’industria che l’ha partorita, ricostruite quasi come un disegno del Fato è il bel libro “R4” di Piero Trellini (Mondadori editore, 703 pagine), eclettica figura di scrittore, autore per la tv, giornalista, fotografo e perfino investigatore privato, con curiosità a 360° per i grandi casi soluti e insoluti e una vasta produzione di volumi dalle molte pagine, talmente appassionanti da sembrare invece poche e godibili. La bellezza di questo libro, che suggeriamo in ugual misura agli appassionati di storia, di saggistica industriale e di letteratura d’inchiesta, sta nel ricostruire gli intrecci fra le varie famiglie di imprenditori, non soltanto le principali francesi Renault, Michelin, Citroën, Peugeot e le loro alterne tragiche vicende, ma anche quelle che si sviluppano nel resto d’Europa fino all’esplosione del secondo conflitto mondiale che l’avrebbe incendiata.