Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Idea ibrida, l’ultima grande rivoluzione che piace agli automobilisti ma non al Parlamento europeo

Quale sarà il destino delle auto ibride in Europa dopo il 2035? Come sappiamo ormai tutti, fra dieci anni, secondo il regolamento approvato, potranno essere vendute soltanto auto elettriche pure e non più quelle elettrificate. A meno di ripensamenti, quindi al momento, la risposta è: “Smetteranno di essere immatricolate”. Eppure, c’è qualcosa che non torna in questo epilogo. Qualcosa che riguarda l’ambiente, il buon senso e il futuro dell’industria.

Mentre, infatti, le vendite di auto elettriche arrancano in tutto il vecchio continente e l’Italia a luglio si conferma in ultima posizione per auto elettriche, le ibride avanzano ovunque e conquistano nuovi spazi di mercato. soprattutto in Europa. Si tratta delle ibride vere, “full hybrid” o plug-in hybrid”, modelli alimentati da due motori, uno a benzina e l’altro elettrico che rappresentano l’ultima grande rivoluzione della mobilità. Modelli nati in Giappone alla fine degli anni 90 e sbarcati nel vecchio continente grazie all’intuizione e alla caparbietà di Honda e Toyota. Anzi, quest’ultima, primo costruttore al mondo per vendite, ne ha fatto il suo punto di forza con circa 15 milioni di pezzi venduti dal Duemila ad oggi.

La Toyota Yaris Cross full hybrid

Dunque, dopo oltre 25 anni di successi, questa tecnologia, ora adottata da tutta l’industria automobilistica che conta, Cina compresa, ha ancora tanta storia da scrivere ma un futuro assai incerto, almeno dalle parti del vecchio continente. Futuro che andrebbe rivisto, soprattutto per i vantaggi ambientali che le ibride sono in grado di garantire.

Secondo un’analisi dell’Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, diretto da Fabio Orecchini, la “varietà tecnologica e la mancanza di una classificazione chiara e condivisa delle auto ibride generano confusione tra consumatori e operatori del settore” e propone di “istituire criteri univoci nella definizione delle diverse tipologie di ibrido, come ad esempio il grado di elettrificazione”. Che in altri termini significa fare una netta distinzione fra “auto mild hybrid” e “full hybrid”. Le prime con una capacità di percorrenza in modalità elettrica da 0 a 29%, le seconde, invece, con almeno il 60 per cento. Differenza sostanziale ma che invece a livello normativo non esiste.  

A queste due tipologie se ne aggiunge una terza, chiamata “plug-in”. Si tratta di auto ibride ricaricabili anche con la spina. Una tecnologia in grande espansione grazie anche alla maggiore efficienza delle batterie, al loro peso ridotto e all’evoluzione del full hybrid. Per capire il vero vantaggio di questa soluzione, i consumi e le emissioni è entrata in gioco direttamente la Toyota che ha commissionato uno studio scientifico al Centro Ricerche della Università G. Marconi, CARe, di Roma insieme ad Enea e all’Università di Firenze dove sono state messe a confronto due modelli di C-HR, uno full Hybrid e l’altro Plug-in.  

I risultati confermano che un’auto plug-in hybrid, se ricaricata con continuità, riesce a realizzare un costo chilometrico in modalità elettrica quasi dimezzato rispetto al costo di un’analoga vettura a benzina (considerando una tariffa elettrica da normale ricarica domestica), consumi in modalità ibrida (quindi senza sfruttare la ricarica da rete) molto vicini ad una full hybrid e addirittura migliori nella percorrenza autostradale. Insomma, una tecnologia che sarebbe davvero un peccato abbandonare e che comunque comincia davvero a conquistare molti mercati europei come confermano i dati degli ultimi mesi. E allora non sarebbe il caso di fare un passo indietro sui tempi e le modalità della transizione energetica?