Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Marciano, il piccolo grande costruttore che ha inventato l’Alfa che non c’è

Vincenzo Marciano è un Piccolo/Grande costruttore in proprio e restauratore di eccezionali bolidi sportivi (Ferrari 250 LM, 250 SWB, 275 GTB4, Maserati, Lamborghini, Iso Grifo e vari altri) che in quel di Ponsacco in provincia di Pisa (poco distante da Pontedera dove ha esercitato a lungo uno dei suoi primi mentori, l’ingegner Giotto Bizzarrini) ha creato un’azienda che, nata come carrozzeria, si è in breve distinta per capacità di ricostruzione tale da conquistare la fiducia della più esigente clientela internazionale. 

Vincenzo Marciano accanto alla sua 268A

L’abilità non si è sfogata solo nel modellato di materiali difficili – come l’alluminio e le leghe leggere per le “pelli” delle macchine incidentate o neglette – ma anche nella costruzione da zero di telai in cromo/molibdeno in grado di ridare vita a mezzi che sembravano aver già esalato il sospiro estremo. Questa attività specialistica, alla quale si è fortunatamente aggiunto anche il figliolo garantendo la continuità, non ha lasciato molto tempo libero per creazioni personali e ha costretto per anni a bagnomaria vari progetti dell’intraprendente costruttore prima di venire completati. È il caso della formidabile Marciano 268A, sigla che allude alla cilindrata di 2,6 litri, al numero dei cilindri, 8V, e alla prima lettera di Alfa Romeo, la marca del cuore, o all’abbreviazione di ANTERIORE per indicare la collocazione del propulsore.

L’occasione di dar vita a un progetto ambizioso – quello di colmare il salto improvviso compiuto dall’Alfa Romeo, fedele al motore anteriore, passando dalla Montreal all’Alfa 33 da corsa col motore posteriore – nacque intorno al 1972 (stiamo parlando di 54 anni fa!). Marciano acquistò il rottame di una Alfa Romeo Montreal incidentata, ne prelevò motore e cambio e iniziò la costruzione di un telaio in tubi al “25CrMo4” da lui stesso disegnato. Un lavoro sottoposto a continue sospensioni (la priorità era ovviamente la clientela che affollava la sua officina) e migliorie intanto che venivano trovati e messi da parte varie componenti; come i cerchi della corsaiola AlfaRomeo 33 in magnesio da 13 pollici, il parabrezza di una Ferrari 250LM, il differenziale di una Jaguar E-Type munito di autobloccante, la fanaleria di una Ferrari 250GTO, la strumentazione Jaeger di un’Alfa Romeo TZ. 

L’idea era di trovare “l’anello di congiunzione” fra motore anteriore e posteriore, un’auto che colmasse il salto evolutivo e lo rendesse meno traumatico. Naturalmente questo motore era collocato sì anteriormente, ma in posizione molto arretrata, secondo gli insegnamenti di Giotto Bizzarrini che aveva applicato questa soluzione sulla Ferrari 250 GTO, sulle Iso Rivolta Grifo e sulle sue 5300 Strada migliorandone sensibilmente tenuta di strada e guidabilità.

La carrozzeria venne realizzata a mano, in alluminio e anche tutti gli altri componenti, come bracci delle sospensioni, mozzi, radiatori, serbatoio, e altri elementi furono costruiti artigianalmente. Bisogna dire che questo prototipo – che vedrà la prima luce alla fine degli anni ’90 – ha nel suo DNA molti elementi dello stile di Franco Scaglione, l’inimitabile designer della Bertone, responsabile di quel capolavoro su 4 ruote che fu l’Alfa Romeo 33 Stradale (nonché di altre realizzazioni come le Giulietta/Giulia Sprint Speciale , i prototipi della Berlinetta Aerodinamica Tecnica e molto altro). Anche se ci sarà sempre qualche purista a storcere il naso, qualche squisito della razza di chi rimane a terra a eccepire chi ci sono troppe somiglianze con questo e quell’altro, ai miei occhi sembra anch’essa un capolavoro soprattutto pensando che si tratta di una creatura partorita “in casa”, e penso convintamente che tutti gli onori andrebbero tributati al suo visionario e paziente costruttore.

Resta da dire che Marciano preferì abbandonare l’iniezione meccanica Spica che equipaggiava la Montreal per installare 4 carburatori Weber doppio corpo da 40, e profilare diversamente gli alberi a camme per avere una maggiore alzata eoltre ad aumentare il diametro de gli scarichi per evacuare più velocemente i gas combusti.

Scongiurato dai suoi affezionati clienti che ne volevano una a tutti i costi, Vincenzo Marciano è stato tentato più volte di avviare una piccola serie. I costi per un oggetto interamente costruito a mano sarebbero proibitivi, anche se la smania dell’oggetto “unico” o quasi potrebbe anche sopportarli, ma non credo sia il denaro il vero ostacolo. La Marciano 268A è nata per pura passione, un oggetto votivo dedicato all’Alfa Romeo e alle sue grandi realizzazioni, un modo per rinverdirne i fasti e non dimenticarli mai. Non so se Marciano avrà ancora voglia di farne un’altra.