
Nello struggente documentario Let’s Get Lost scritto e diretto nel 1988 dal fotografo Bruce Weber sulla vita di Chet Baker, c’è un momento in cui una ragazza chiede all’immenso jazzista quale sia stato il momento più bello della sua vita. Si stava parlando del suo rapporto con le donne e la risposta può anche sembrare un modo di sviare la curiosità, ma chiunque sia stato ragazzo negli anni 60 s’immagina perfettamente la gioia di guidare quel piccolo bolide dalle prestazioni esaltanti, la sinuosa Giulietta Sprint Speciale (SS) disegnata da Franco Scaglione per la carrozzeria Bertone, evoluzione estrema della berlinetta Sprint uscita nel 1954 e che aveva già conquistato gli italiani.


Come per tutti gli appassionati della musica senza recinti anche per me Chesney Henry Baker, detto Chet (Yale 1929 – Amsterdam 1988), era un mito al quale faceva eco la vita spericolata e piena di rischi, di alti e bassi, cadute rovinose e temporanee resurrezioni. Da ragazzo passavo ore incantato ad ascoltare le prime incisioni con la sua tromba Martin Committee (sostituita negli anni 60 da una Conn Constellation) in compagnia di altri monumenti come Stan Getz, Charlie Parker o Gerry Mulligan, incidendo brani memorabili, toccanti pietre miliari della storia del cool jazz. Ho anche avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo, a Roma nel 1976, al Music Inn, il locale di Pepito e Picchi Pignatelli ai quali andrà sempre la riconoscenza di noi devoti (per saperne di più lettura indispensabile è il libro di Marco Molendini: Pepito – il principe del jazz, Minimum Fax 2022).

A vederlo così smagrito, – prosciugata ombra di sé stesso, le guance scavate come se lo scultore ne avesse asportato con la sgorbia pezzi interi, assomigliante in modo impressionante a Pier Paolo Pasolini (assassinato l’anno prima all’Idroscalo di Ostia), uguale la dolcezza della voce sussurrata e materna – sembrava quasi di assistere all’apparizione di un revenant, alla riesumazione di qualcuno una volta grande ma che non lo sarebbe stato mai più. Invece, appena attaccò My funny Valentine, accompagnato da Giovanni Tommaso al contrabbasso, da Bruno Biriaco alla batteria, da Jacques Pelzer al flauto e da Amedeo Tommasi al piano, per poi ricalcarne la linea melodica con un filo di voce quasi agonizzante, ci ritrovammo tutti in lacrime come davanti a un prodigio della natura e all’evocazione di qualcosa di troppo intimo per condividerlo, ognuno pensando a sé e alla donna che, forse meritevolmente, l’aveva abbandonato.
Momento bellissimo e conturbante, una fortuna avervi assistito. In quella Roma tumultuosa e accogliente che non era solo pistolettate, tetraggine e terrorismo ma offerta di cinema, teatro, musica e danza quali non ci sarebbero più state nei decenni successivi, non chiedetemi per colpa di chi perché non saprei rispondere.

Nessuno li ama questi anni Settanta, sentina di tutti i vizi, fucina di tutti i mali. Il decennio della droga, delle manifestazioni con scontri e tutto, dei rapimenti, dei passamontagna, delle rapine, delle Alfette blindate, dei terroristi che dopo le prime azioni dimostrative cominciano a sparare per davvero. È questo il ritratto, anzi l’autoritratto (perché molti si daranno poi alle belles lettres) della generazione in rampa per essere la ruling class degli anni Ottanta e che si dimostrerà molto più spregiudicata (e incapace) dei genitori. Impossibile avere nostalgia di quegli anni. Vedo anche che quasi tutti gli amici che avevano al centro delle proprie passioni la politica li ricordano con imbarazzo.




Per gli artisti invece fu diverso. In ogni metropoli o cittadina, per ogni dove in Italia e nel mondo, si moltiplicarono iniziative culturali oggi impensabili; si aprirono spazi non convenzionali per fare musica, teatro, proiezioni di film, mostre di quadri o installazioni in bulimica sovrabbondanza. Certo non tutto sarà stato eccelso (è di quel periodo la perdita del sense of humour sostituito dallo sbeffeggio insultante) ma è vero che mondi distanti impararono a interagire e aprirsi alla curiosità.

Appena arrivato a Roma mi sembrava di toccare il cielo con un dito per tutto quel disordine creativo, anche se il momento magico – come mi ripetevano i più “grandi” e smaliziati – era già passato. Di quei giorni non rimpiango certo i ragazzi sovraeccitati che si scagliavano contro celerini altrettanto sovreccitati, ma quelle decine di cineclub e cantine che inscenavano gli spettacoli delle avanguardie (Meredith Monk, Lucinda Childs, Tadeusz Kantor, Jerzy Grotowski, Eugenio Barba, i nostri Carmelo Bene, Leo de Berardinis, Giuliano Vasilicò, Memé Perlini e i ragazzacci dei Magazzini Criminali, La Gaia Scienza, Falso Movimento, etc., nonché i locali affumicati dove ho potuto ascoltare appunto Chet Baker, Steve Lacy e Gato Barbieri, e le gallerie e i pittori come Cy Twombly, Gino De Dominicis, Luigi Ontani, Vettor Pisani, Enzo Cucchi, Enrico Castellani, Pino Pascali, Jannis Kounellis, Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Christo (che impacchetterà Porta Pinciana), e mi scuso di citare solo questi. Senza contare quella geniale mostra del 1973 dal titolo Contemporanea nel garage sotterraneo di villa Borghese reinventato come spazio espositivo, dove convenne l’avanguardia artistica del mondo intero (Louis Cane, Dorothea Rockburne, Lothar Baumgarten, Urs Lüthi, Gilbert & George, Vito Acconci, Ben Vautier, Lucian Fabro, Joseph Beuys, Fluxus, Wolf Vostell, George Segal, Robert Rauschemberg, Andy Warhol, Marina Abramović e molti altri), importante quanto Documenta di Kassel, esposizione che fissa un “prima” e un “dopo” e fu forse il canto del cigno dell’importanza della città per le arti visive del Novecento.



Tutti incontri ed esperienze formative per me quanto le letture dell’adolescenza. Senza contare occasioni più istituzionali come Eliseo, Argentina, Valle, Quirino, Teatro dell’Opera, Filarmonica romana, Galleria d’Arte moderna, Palazzo delle Esposizioni, o quelle dichiaratamente “alternative” (ma il termine era già decaduto) come Castelporziano e i suoi poeti. Nessuno tocchi quell’offerta generosa, nessuno la derida. Era lì a portata di mano, bastava raccoglierla invece che allenarsi al tirassegno.

Torno a Chet Baker e alla sua Giulietta SS, per aggiungere un paio di osservazioni su quest’auto diventata ormai rara. L’idea dell’Alfa Romeo era di rinverdire i fasti agonistici fin lì sostenuti dalla brillantissima Giulietta Sprint Veloce (SV), versione potenziata e alleggerita della Sprint di serie. Questa la ragione per cui le prime vetture furono costruite in alluminio senza nemmeno montare i paraurti. Interni spartani, motore dotato di due carburatori doppio corpo, passo leggermente allungato, la SS deve la sua profilatura aerodinamica grazie a continue prove “casalinghe” sull’autostrada Milano-Torino. Alla carrozzeria erano fissati fili di lana che un’altra auto filmava per constatarne le turbolenze e rendersi conto di cosa funzionava e cosa no.

In realtà la SS non fu mai veramente competitiva. Il lungo sbalzo anteriore e posteriore se assicuravano un colpo d’occhio aggressivo e seducente, la rendevano molto meno agile in gara delle concorrenti Porsche e soprattutto delle leggerissime versioni fatte “su misura” da Zagato per alcuni clienti facoltosi, storia che abbiamo già raccontato qui.
Dunque il destino della Sprint Speciale fu quello di abbandonare la pista e tornare a essere un’elegantissima Gran Turismo dalle linee avveniristiche, imbattibile sui rettifili autostradali dov’era difficile darle la paga malgrado un propulsore di appena 1,3cc, come ci ricorda Chet Baker nella sua intervista. Tornarono perciò i paraurti, le coppe ruota, tutto quello che in gara era stato giudicato pleonastico. Anche la carrozzeria, per evidenti ragioni di economia, fu realizzata in acciaio e solo portiere e cofani rimasero in alluminio. Ne mostriamo qui l’evoluzione.








