Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Il giorno più bello della vita di Chet Baker (aggiornato)

Chet Baker a Roma negli anni Settanta. Foto di Angelo R.Turetta

Nello struggente documentario Let’s Get Lost scritto e diretto nel 1988 dal fotografo Bruce Weber sulla vita di Chet Baker, c’è un momento in cui una ragazza chiede all’immenso jazzista quale sia stato il momento più bello della sua vita. Si stava parlando del suo rapporto con le donne e la risposta può anche sembrare un modo di sviare la curiosità, ma chiunque sia stato ragazzo negli anni 60 s’immagina perfettamente la gioia di guidare quel piccolo bolide dalle prestazioni esaltanti, la sinuosa Giulietta Sprint Speciale (SS) disegnata da Franco Scaglione per la carrozzeria Bertone, evoluzione estrema della berlinetta Sprint uscita nel 1954 e che aveva già conquistato gli italiani.

1957, la Giulietta Sprint Bertone di serie
1958 la Giulietta Sprint Speciale Bertone prima serie

Come per tutti gli appassionati della musica senza recinti anche per me Chesney Henry Baker, detto Chet (Yale 1929 – Amsterdam 1988), era un mito al quale faceva eco la vita spericolata e piena di rischi, di alti e bassi, cadute rovinose e temporanee resurrezioni. Da ragazzo passavo ore incantato ad ascoltare le prime incisioni con la sua tromba Martin Committee (sostituita negli anni 60 da una Conn Constellation) in compagnia di altri monumenti come Stan GetzCharlie Parker o Gerry Mulligan, incidendo brani memorabili, toccanti pietre miliari della storia del cool jazz. Ho anche avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo, a Roma nel 1976, al Music Inn, il locale di Pepito e Picchi Pignatelli ai quali andrà sempre la riconoscenza di noi devoti (per saperne di più lettura indispensabile è il libro di Marco Molendini: Pepito – il principe del jazz, Minimum Fax 2022).

A vederlo così smagrito, – prosciugata ombra di sé stesso, le guance scavate come se lo scultore ne avesse asportato con la sgorbia pezzi interi, assomigliante in modo impressionante a Pier Paolo Pasolini (assassinato l’anno prima all’Idroscalo di Ostia), uguale la dolcezza della voce sussurrata e materna – sembrava quasi di assistere all’apparizione di un revenant, alla riesumazione di qualcuno una volta grande ma che non lo sarebbe stato mai più. Invece, appena attaccò My funny Valentine, accompagnato da Giovanni Tommaso al contrabbasso, da Bruno Biriaco alla batteria, da Jacques Pelzer al flauto e da Amedeo Tommasi al piano, per poi ricalcarne la linea melodica con un filo di voce quasi agonizzante, ci ritrovammo tutti in lacrime come davanti a un prodigio della natura e all’evocazione di qualcosa di troppo intimo per condividerlo, ognuno pensando a sé e alla donna che, forse meritevolmente, l’aveva abbandonato.

Momento bellissimo e conturbante, una fortuna avervi assistito. In quella Roma tumultuosa e accogliente che non era solo pistolettate, tetraggine e terrorismo ma offerta di cinema, teatro, musica e danza quali non ci sarebbero più state nei decenni successivi, non chiedetemi per colpa di chi perché non saprei rispondere.

1976, Roma Music Inn. Al piano Amedeo Tommasi, Chet Baker, Jacques Pelzer al flauto, Giovanni Tommaso al contrabbasso, Bruno Biriaco alla batteria

Nessuno li ama questi anni Settanta, sentina di tutti i vizi, fucina di tutti i mali. Il decennio della droga, delle manifestazioni con scontri e tutto, dei rapimenti, dei passamontagna, delle rapine, delle Alfette blindate, dei terroristi che dopo le prime azioni dimostrative cominciano a sparare per davvero. È questo il ritratto, anzi l’autoritratto (perché molti si daranno poi alle belles lettres) della generazione in rampa per essere la ruling class degli anni Ottanta e che si dimostrerà molto più spregiudicata (e incapace) dei genitori. Impossibile avere nostalgia di quegli anni. Vedo anche che quasi tutti gli amici che avevano al centro delle proprie passioni la politica li ricordano con imbarazzo. 

Roma, 12 maggio 1977, scontri a Roma in cui fu uccisa la studentessa Giorgiana Masi. Un poliziotto in borghese con la pistola (le foto sono di Tano D’Amico)
1977, vignetta di Giorgio Forattini con l’allora ministro degli Interni Francesco Cossiga come “infiltrato”. Ai tempi anche la satira era molto pù audace.

Per gli artisti invece fu diverso. In ogni metropoli o cittadina, per ogni dove in Italia e nel mondo, si moltiplicarono iniziative culturali oggi impensabili; si aprirono spazi non convenzionali per fare musica, teatro, proiezioni di film, mostre di quadri o installazioni in bulimica sovrabbondanza. Certo non tutto sarà stato eccelso (è di quel periodo la perdita del sense of humour sostituito dallo sbeffeggio insultante) ma è vero che mondi distanti impararono a interagire e aprirsi alla curiosità.

1979, festival dei poeti di Castelporziano

Appena arrivato a Roma mi sembrava di toccare il cielo con un dito per tutto quel disordine creativo, anche se il momento magico – come mi ripetevano i più “grandi” e smaliziati – era già passato. Di quei giorni non rimpiango certo i ragazzi sovraeccitati che si scagliavano contro celerini altrettanto sovreccitati, ma quelle decine di cineclub e cantine che inscenavano gli spettacoli delle avanguardie (Meredith MonkLucinda ChildsTadeusz Kantor,  Jerzy GrotowskiEugenio Barba, i nostri Carmelo BeneLeo de Berardinis, Giuliano VasilicòMemé Perlini e i ragazzacci dei Magazzini CriminaliLa Gaia Scienza, Falso Movimento, etc., nonché i locali affumicati dove ho potuto ascoltare  appunto Chet BakerSteve Lacy e Gato Barbieri, e le gallerie e i pittori come Cy TwomblyGino De DominicisLuigi OntaniVettor PisaniEnzo Cucchi, Enrico CastellaniPino Pascali, Jannis KounellisMario SchifanoTano FestaFranco AngeliChristo (che impacchetterà Porta Pinciana), e mi scuso di citare solo questi. Senza contare quella geniale mostra del 1973 dal titolo Contemporanea nel garage sotterraneo di villa Borghese reinventato come spazio espositivo, dove convenne l’avanguardia artistica del mondo intero (Louis Cane, Dorothea Rockburne, Lothar Baumgarten, Urs Lüthi, Gilbert & George, Vito Acconci, Ben Vautier, Lucian Fabro, Joseph Beuys, Fluxus, Wolf Vostell, George Segal, Robert Rauschemberg, Andy Warhol, Marina Abramović e molti altri), importante quanto Documenta di Kassel, esposizione che fissa un “prima” e un “dopo” e fu forse il canto del cigno dell’importanza della città per le arti visive del Novecento.

Roma, novembre 1973. L’allestimento di Contemporanea dell’architetto Piero Sartogo nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese, opera dell’architetto Luigi Moretti (foto di Fausto Giaccone)
Contemporanea 1973. Opera dell’artista George Segal (foto di Fausto Giaccone)
Contemporanea 1973. L’artista tedesco Joseph Beuys (foto di Fausto Giaccone)

Tutti incontri ed esperienze formative per me quanto le letture dell’adolescenza. Senza contare occasioni più istituzionali come Eliseo, Argentina, Valle, Quirino, Teatro dell’Opera, Filarmonica romana, Galleria d’Arte moderna, Palazzo delle Esposizioni, o quelle dichiaratamente “alternative” (ma il termine era già decaduto) come Castelporziano e i suoi poeti. Nessuno tocchi quell’offerta generosa, nessuno la derida. Era lì a portata di mano, bastava raccoglierla invece che allenarsi al tirassegno.

1973, l’artista bulgaro Christo Javacheff e l’impacchettamento di Porta Pinciana

Torno a Chet Baker e alla sua Giulietta SS, per aggiungere un paio di osservazioni su quest’auto diventata ormai rara. L’idea dell’Alfa Romeo era di rinverdire i fasti agonistici fin lì sostenuti dalla brillantissima Giulietta Sprint Veloce (SV), versione potenziata e alleggerita della Sprint di serie. Questa la ragione per cui le prime vetture furono costruite in alluminio senza nemmeno montare i paraurti. Interni spartani, motore dotato di due carburatori doppio corpo, passo leggermente allungato, la SS deve la sua profilatura aerodinamica grazie a continue prove “casalinghe” sull’autostrada Milano-Torino. Alla carrozzeria erano fissati fili di lana che un’altra auto filmava per constatarne le turbolenze e rendersi conto di cosa funzionava e cosa no.

1957 Salone dell’Automobile di Torino, prototipo della Giulietta Sprint Speciale (Archivio Quattroruote)

In realtà la SS non fu mai veramente competitiva. Il lungo sbalzo anteriore e posteriore se assicuravano un colpo d’occhio aggressivo e seducente, la rendevano molto meno agile in gara delle concorrenti Porsche e soprattutto delle leggerissime versioni fatte “su misura” da Zagato per alcuni clienti facoltosi, storia che abbiamo già raccontato qui.

Dunque il destino della Sprint Speciale fu quello di abbandonare la pista e tornare a essere un’elegantissima Gran Turismo dalle linee avveniristiche, imbattibile sui rettifili autostradali dov’era difficile darle la paga malgrado un propulsore di appena 1,3cc, come ci ricorda Chet Baker nella sua intervista. Tornarono perciò i paraurti, le coppe ruota, tutto quello che in gara era stato giudicato pleonastico. Anche la carrozzeria, per evidenti ragioni di economia, fu realizzata in acciaio e solo portiere e cofani rimasero in alluminio. Ne mostriamo qui l’evoluzione.

1958, Giulietta SS, interni e vano motore
1962, Alfa-Romeo Giulietta Sprint Speciale seconda serie
1958, Alfa-Romeo Giulietta Sprint Speciale prima serie, disegni
1958, la temibile rivale: una delle Giuliette SVZ costruite su misura da Zagato prima della commessa ufficiale Alfa Romeo che arriverà solo nel 1960
1953, The Haig, Los Angeles, California. Da sinistra: Gerry Mulligan, Larry Bunker, Chet Baker e Lee Konitz (©William Claxton)
Chet Baker nel 1983 a 54 anni
Pier Paolo Pasolini nel 1974 a 52 anni
Pier Paolo Pasolini nel 1950 a 28 anni
Chet Baker nel 1958 a 29 anni