Ricorrerà a breve, il 2 novembre 2025, il cinquantesimo anniversario dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Anche se a quel terribile evento ho dedicato nel 1995 un film, Pasolini, un delitto italiano, non mi va oggi di partecipare alle inevitabili commemorazioni non avendo nulla da aggiungere a un cordoglio che è profondo e personale. In più penso che sarebbe meglio onorare il poeta (lo scrittore, il cineasta, il polemista, l’artista a tutto tondo) e la sua opera che sfida il tempo, dunque semmai la vita e non la morte. Capisco però che le circostanze ancora confuse di quella uccisione, incessantemente scritte e riscritte e mai definitivamente accertate, autorizzano a riaprire il caso che, grazie ai moderni strumenti di indagine sul DNA, potrebbero forse portare a qualcosa di nuovo.

Decisiva nella ricostruzione dei fatti è l’automobile di Pasolini. Si tratta di un’Alfa Romeo 2000 GTV (Gran Turismo Veloce) targata Roma K69996, un modello ormai giunto alla fine della sua evoluzione, sportiva, ancora elegante, il simbolico accessorio di qualcuno “arrivato”, messo bene di soldi, a suo modo un bersaglio. Non che fosse più un modello così speciale; non appariscente come una Ferrari o una Lamborghini o Maserati (che negli anni ’70 sembrano sfacciate e fuori contesto con i loro consumi deliranti in piena crisi petrolifera) ma ancora in grado di fare colpo sui ragazzetti della periferia, quelli che una volta erano stati gli orgogliosi ispiratori di “Ragazzi di vita” o “Accattone” e che ormai sembrano solo manovalanza pronta al reclutamento nella criminalità e che Pasolini, con rabbia e nostalgia, aveva appena stigmatizzato nella sua celebre “Abiura della Trilogia della vita”.


Le ipotesi in campo furono fin da subito due. La prima: fu il ragazzetto Giuseppe Pelosi, rimorchiato alla stazione Termini, ad ammazzarlo nel triste sterro dell’Idroscalo di Ostia, riempiendolo di botte per le pretese sessuali e passandoci poi sopra senza volerlo con la GTV. Era la versione del ragazzo e fu subito anche quella degli investigatori, facendo scuola sui giornali e in televisione perché perfettamente coerente con le incursioni notturne la bulimia (omo)sessuale di Pasolini. La conferma dello stereotipo ideale: il frocio ammazzato dalla preda che si ribella.

La seconda: Pelosi non era solo quella notte, c’erano almeno altri due, forse tre, aggressori. E qui s’irradiano altre possibilità: chi potevano essere questi due o tre? Ragazzi di vita? Balordi? Una rapina andata a male? C’è anche la suggestiva teoria di un’esecuzione politica, dato che Pasolini stava sulle croste un po’ a tutti con quelle bacchettate a destra e a manca, mai contento e malmostoso, perfino irriconoscente verso l’Italia, la società letteraria e perfino gli avversari che l’avevano innalzato a Vate supremo. Ma chi esattamente lo voleva morto? I fasci – che in quel periodo ne combinavano di ogni? Magari con la zampa dei servizi segreti, eccetera, eccetera? Teniamo conto che Pasolini non era ancora diventato il National Treasure davanti al quale inginocchiarsi tanto da essere ormai tranquillamente adottato perfino dal pensiero “solare” dei militanti di destra più avventurosi.


Nel mio film del 1995 illustrai tutte queste teorie e anche varie altre ipotesi. A dire la verità quasi tutti i suoi amici erano convinti che fosse stato ammazzato da un gruppo di delinquenti (Pelosi da solo non ce l’avrebbe mai fatta a sopraffarlo). Soltanto Laura Betti insisteva con impavida contagiosa convinzione sulla teoria di un omicidio politico. Anche la Procura Generale romana (soprannominata al tempo il “porto delle nebbie”) qualche dubbio deve averlo avuto, sia pure per opposte intenzioni; Laura Betti voleva sapere la verità, la Procura insabbiarla. Tanto che, prima ancora che fossero depositate le motivazioni, impugnò subito la sentenza di Primo Grado del 1976 che condannava Pelosi “insieme a ignoti” e avocò a sé le indagini per chiuderle senza alcun costrutto, forse davvero preoccupata di scoprire qualche esuberante commando di esaltati o addirittura il coinvolgimento di corpi separati sfuggiti di mano. Oggi magari farà sorridere la sospettosità perenne di dietrologi e complottisti, sempre un po’ ridicoli nella loro assertività senza prove, ma la vicinanza con l’orrenda stagione delle stragi (il cui clima tossico risulta oggi incomprensibile) autorizzava a pensarle tutte.


Per carità di Patria tralascio gli errori, le superficialità, gli svarioni e addirittura i danni inferti a prove importanti, che resero difficile l’accurata ricostruzione fatta dal Tribunale dei minori presieduto da Alfredo Carlo Moro (fratello di Aldo) e dall’anatomopatologo Faustino Durante. Chi ne fosse incuriosito ritroverà tutto nel film realizzato con l’illusione che le novità che rivelava (a cominciare dai reperti trovati nell’Alfa, soprattutto un plantare e alcuni mozziconi di sigaretta dai quali sarebbe stato ancora possibile ricostruire la catena del DNA) facessero riaprire il caso. Figuriamoci!
Come sia andata veramente servirebbe più per l’Italia che a Pasolini, dato che la sua grandezza non fu scalfita né minimizzata dalle circostanze della sua morte, anzi ne accrebbe il mito. A meno che oggi, nella generale rilettura che tutto deve correggere, riscrivere, risarcire, cancellare, per non turbare la digestione della realtà, non venga invece voglia di processare proprio lui, il frocio pedofilo molestatore, e nuovamente linciarlo per le scorribande notturne con la GTV a rimorchiare la pezzente gioventù anziché starsene a casa a scrivere poesie.
Al tempo del film (erano passati vent’anni dall’omicidio) cercai di ritrovare la macchina di Pasolini, convinto che potesse ancora dirci qualcosa. Mi dissero che era stata demolita. Da poco ho scoperto invece che esiste ancora. È stata restaurata e la possiede ora una collezionista di Varese cui evidentemente non deve fare troppa impressione di guidare l’arma di un delitto.



Questa vicenda, che continua ad appassionare le generazioni che si succedono, prima o poi si concluderà. La curiosità (più dei giornalisti che degli investigatori, va detto) difficilmente sarà placata finché non si troverà qualcosa di nuovo e conclusivo. A leggere bene tutti i documenti e le novità emerse nel corso degli anni (ne sono ormai passati trenta dal mio film!) si ha la sensazione che prima o poi qualcosa salterà fuori, e per molti non sarà una sorpresa.

