È visibile dallo scorso mese di novembre su RaiPlay (e andrà in onda a gennaio su Rai3) il bel film di Marco Gentili “Ignazio Giunti – La storia mai raccontata”, biopic dedicato al giovane asso dell’Alfa Romeo nelle mitiche corse degli anni ’60 per vetture turismo e sport-prototipo e poi con la Ferrari speranza italiana anche in formula 1. Giunti morì nel 1971 in un tragico incidente mentre era in testa alla prima prova di quel campionato del Mondo al volante del nuovo prototipo della casa di Maranello. Aveva un enorme potenziale e tanti prestigiosi traguardi ancora da raggiungere.

Il film, che ha avuto l’importante patrocinio dell’Automobile Club d’Italia e di RAI Documentari, che ne ha acquisito i diritti per inserirlo nei propri palinsesti, è basato su un’accurata ricerca di preziose testimonianze e rari documenti ma anche su una ricostruzione creativa dell’autore, che immagina un ritorno del campione italiano per raccontare la sua vera storia di pilota e di uomo. Una soluzione narrativa che consente di entrare nel “personaggio” Ignazio e in quella straordinaria epoca delle corse automobilistiche. Un racconto vero, mai retorico, che sa coinvolgere ed emozionare, a tratti commuovere.
Ignazio per chi scrive era semplicemente lo “zio Ignazio”, amato, ammirato e sempre rimpianto. Questo rimpianto si è tradotto qualche anno fa (2018) nella scrittura di un libro (“Ignazio Giunti – Un pilota, un’epoca”, edito da Rubbettino, con prefazione di Cristiano Rattazzi), che è stato un investimento affettivo molto forte e motivo di grande soddisfazione.

Il film di Gentili delinea molto bene chi era l’“uomo” Ignazio. Un ragazzo nobile e gentile, leale e generoso, sempre ironico, scanzonato e scherzoso, pieno di vita. Le sue grandi passioni: le macchine, le moto, la velocità, il mare, specie quello calabrese delle origini della sua famiglia. I protagonisti delle competizioni intervistati da Gentili mostrano tutti affetto, ammirazione e rimpianto sinceri: Nanni Galli e Sandro Munari arrivano a dire che con la morte di Ignazio hanno perso un fratello, dimostrando per lui un attaccamento straordinario, assai raro tra rivali di uno sport durissimo come l’automobilismo di allora.

Anche il “pilota” Ignazio emerge con chiarezza dal racconto e dalle testimonianze del film: Giunti è stato uno dei maggiori talenti di quella eccellente generazione internazionale di piloti nata a cavallo della seconda guerra mondiale, che ha corso negli anni ’60-’70; certamente in quegli anni il più talentuoso, veloce ed eclettico dei ragazzi italiani.
Il film ripercorre le tappe della sua carriera: dopo le scorribande da teen-ager per le strade romane, vennero i fortunati connubi con i valenti preparatori della meravigliosa Roma della “dolce vita”, del “boom economico”, dell’automobile come “bene simbolo” del tempo. Con Ignazio al volante quei preparatori (Angelini, Giraldi, Urbani e altri) riuscivano a battere anche le macchine ufficiali del Nord e acquisivano così un’aura di “maghi” della meccanica; di pari passo Ignazio si trasformava da scavezzacollo in campione, amato dal pubblico più esigente di quegli anni, anche per la sua guida spettacolare, funambolica, efficacissima in ogni tipo di corsa, in circuito, in salita, nei rally. È di quegli anni di imbattibilità del binomio Giunti – GTA Angelini sul circuito romano che il giornalista Marcello Sabbatini, poi mitico direttore di Autosprint, coniò per Ignazio il nomignolo di “Reuccio di Vallelunga” che gli rimase sempre cucito addosso.

Con quel potenziale da campione per Ignazio fu naturale passare in poco temp alle squadre ufficiali e alle competizioni di livello superiore. Entrò (1966) nello squadrone Autodelta – Alfa Romeo, che aveva reclutato il fior fiore dell’automobilismo nazionale. Ignazio ne divenne presto l’uomo di punta, prima con la GTA, nelle accesissime gare del Turismo nazionale e internazionale (fu Campione Europeo della Montagna 1967), poi con la 33 nel campionato del Mondo per vetture sport-prototipo. Allora questo tipo di corse rappresentava, molto più della formula 1, l’automobilismo con la “A” maiuscola, scenario delle grandi sfide tra le magnifiche macchine delle maggiori case automobilistiche mondiali (Ford, Ferrari, Porsche, Alfa Romeo, Matra), con gare mitiche (come la 24 di Le Mans, la Targa Florio, la 1000 Chilometri di Monza e del Nurburgring, con il ricordo ancora fresco della Mille Miglia) e la partecipazione di tutti i più forti piloti del mondo.


Nel 1970 Ignazio Giunti passò alla Ferrari: era il coronamento di un sogno. Fu un anno molto importante anche per la casa di Maranello per l’entrata della FIAT nel capitale e per il conseguente ampio rinnovo di uomini e macchine. A fianco di super-campioni stranieri (Jacky Ickx, Mario Andretti, Chris Amon, John Surtees, Peter Schetty, Clay Regazzoni) entrarono in squadra i tre migliori italiani: Giunti e Arturo Merzario, come giovani speranze, e Nino Vaccarella, come pilota di esperienza. Il clima – come ben messo in evidenza nel film – era molto meno sereno e amichevole di quello dell’Autodelta, ma nel corso della stagione Ignazio ancora una volta seppe scalare a suon di prestazioni le gerarchie interne: divenne anche qui uomo di punta delle sport (in cui ottenne eccellenti risultati e le uniche due vittorie della bella 512, dimostratasi meno competitiva delle rivali Porsche 917 e 908/3) e si rivelò la nuova speranza italiana in Formula 1 (con un incredibile debutto a Spa, dove sfiorò il podio in quello che per lui era sostanzialmente il debutto assoluto in monoposto).


A fine stagione Ignazio divenne Campione Italiano Assoluto, un titolo che non veniva assegnato dal 1966, quando era stato conseguito da Lorenzo Bandini.
I programmi Ferrari per la stagione 1971 lo vedevano prima guida con Ickx del nuovo prototipo 312PB e ancora impegnato in formula 1, ma su una terza macchina e in alternanza con Mario Andretti. Questo programma non soddisfaceva appieno Ignazio che però, sicuro dei propri mezzi, confidava di poter avere l’occasione per dimostrare anche in monoposto tutto il suo talento.

Lo spietato destino delle corse era però in agguato. Ignazio Giunti perse la vita nella prima prova del “mondiale” sport-prototipi 1971, il 10 gennaio, sul circuito di Buenos Aires, in un incidente tra i più tragici e assurdi della storia dell’automobilismo per le tante gravissime responsabilità altrui che lo causarono. Nel suo film Marco Gentili analizza a fondo le concause e le sfortunate circostanze dell’accaduto, offrendo attraverso documenti e contributi inediti nuovi spunti di riflessione.

La storia di Ignazio Giunti si fonde purtroppo anche per questo tragico epilogo con la storia dell’automobilismo di un tempo, caratterizzato da rischi elevatissimi e da tanti, troppi, incidenti fatali, con un accanimento incredibile verso i migliori italiani (da Ascari, Musso e Castellotti negli anni ’50, passando per Bandini e Scarfiotti negli anni ’60, fino ad arrivare a Elio De Angelis negli anni ’80, e senza contare Alboreto in anni più recenti). Era un automobilismo meraviglioso e terribile, che proprio l’immanenza della morte – inutile negarlo – rendeva altamente adrenalinico, di straordinario fascino; uno sport epico, di valori assoluti, che conferiva ai piloti un’aura di cavalieri del rischio, di eroi del volante.
Ora che fortunatamente nelle corse moderne sono stati raggiunti livelli di sicurezza allora impensabili, quell’automobilismo e quei piloti sono diventati leggenda. Espressione di valori sportivi, etici e culturali che noi appassionati “più grandi” ci portiamo dentro da allora e che i più giovani mostrano sempre più di voler conoscere e capire a fondo.

Vittorio Tusini Cottafavi (Roma 1953) ha svolto la sua carriera professionale in Banca d’Italia, di cui è stato direttore centrale. Autore di pubblicazioni in materie giuridico-finanziarie, è stato docente a contratto di Legislazione bancaria (Università di Macerata – Jesi). Studioso e scrittore di automobilismo, sport praticato in gioventù e seguito dagli anni 60 per il legame con lo zio Ignazio Giunti (sul quale nel 2018 ha scritto una biografia edita da Rubbettino), l’amicizia con altri piloti e la frequentazione dei circuiti.



