Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Le meccaniche celesti di Arturo Benedetti Michelangeli che sfrecciava con la Ferrari

Guidava una Ferrari. Un giorno da Moncalieri, dove teneva dei corsi, mi accompagnò a Torino con la sua macchina. Sfrecciava per le stradine. Ero terrorizzato. E lui non una parola. Immobile. Serio. Pareva Buster Keaton. Ci fermammo davanti alla stazione. Girò la testa da uccello e aprì bocca: non mi dica che l’ho spaventata?

Salvatore Accardo

Arturo Benedetti Michelangeli (1920 – 1995) pianista tra i più grandi mai esistiti, ha contribuito volentieri ad alimentare la propria leggenda. La moglie Giuliana Guidetti sosteneva che al marito piacesse ingigantire le storie e, a conferma di ciò, Roberto Cotroneo riferisce di un Arturo Benedetti Michelangeli che diceva di aver vinto un Giro di Lombardia in bicicletta. 

Proprio questa immagine iconoclasta e fantozziana – «sono stato Azzuro di sci!» – mi ha finalmente riconciliato con il musicista, la cui complessità supera di gran lunga la vulgata monocorde del pianista martoriato dalla fedeltà al compositore, dalla rinuncia ascetica, dal cilicio autoimposto, che grava ancora su Benedetti Michelangeli offuscandone la grandezza di immenso ma fragile e incerto, soprattutto umano. In una parola: artista.

Certo la sua musica era mossa da un desiderio di controllo, ma lo era in ragione del fatto che al di sotto di questo desiderio di ordinare si agitava il mare in tempesta che ogni vero artista è chiamato a solcare durante tutta la sua vita. In quelle acque si sono mescolate le contraddizioni che lo hanno reso un interprete dalla personalità inimitabile. Da una parte un pianista dal suono ultraterreno, rispondente a una sorta di legge interna e primaria, ordinatrice di ogni musica (non a caso il grande direttore d’orchestra fenomenologo Sergiu Celibidache lo adorava). Dall’altra, la volontà reale e non velleitaria di mettersi, come interprete, in secondo piano rispetto al compositore, mero tramite di un dialogo tra il vero creatore e pubblico. Fu presa per superbia ciò in realtà fu professione di estrema umiltà.

Ammesso di poterlo separare dall’artista anche in quanto uomo, le contraddizioni non gli difettarono. Per non scivolare nel pettegolezzo delle belle donne, della misantropia, dell’alcool, ci limiteremo al paradosso di un mistico con la passione per le auto sportive. 

Arturo Benedetti Michelangeli e la Ferrari 250 Pinin Farina (che fino al 1961 si scriveva staccato) del 1959

Ancora più chiaramente delle parole in esergo di Salvatore Accardo, il pianista e amico Nikita Magaloff riferiva: «Guida come un pazzo. Mi meraviglio sia ancora vivo!». Carlo Maria Dominici, pianista e amico, ex-allievo, lo dipinge invece come un guidatore veloce ma esperto.

Non gareggiò davvero alla Millemiglia del 1953, come vuole la leggenda. Dai registri di gara risulta iscritto come listed, never drove; pare abbia voluto cedere il suo posto a un amico

A questo proposito apro una parentesi su un altro aspetto della complessità del genio: tutti sono concordi nel dire che la sua generosità era totale. I suoi corsi non solo erano gratuiti, ma passava moltissimo tempo con gli allievi anche al di fuori delle lezioni. Un dispendio di energia, oltre che di quattrini, ma forse anche un modo per stare tra i giovani, e non per vampirizzarli. La verità è che Benedetti Michelangeli aveva costruito uno stile di vita in cui poteva permettersi periodi di slancio totale verso gli allievi, alternati a periodi di totale isolamento necessari alla sua ricerca. 

con gli allievi nel 1968

Tornando alle corse, Enzo Ferrari, nel suo Le mie gioie terribili, del 1962, lo annovera tra i clienti. Accenno alle corse perché mi sono convinto che la passione per le auto di Benedetti Michelangeli risiedesse nel meccanismo più che nel design o nello status-symbol. Come testimoniavano i suoi accordatori – Cesare Augusto Tallone prima, Angelo Fabbrini poi – conosceva alla perfezione le meccaniche dei pianoforti e l’architettura del loro dispositivo, sapeva dove cercare anche grazie a ciò quel suo suono davvero ultraterreno. Il motore di un’auto doveva avere per lui lo stesso fascino. 

Ferrari 250 MM Berlinetta Pinin Farina del 1953 (fino al 1961 il nome del carrozziere era scritto staccato)
con la Ferrari 330 Pininfarina del 1964
Ferrari 330 GTC Pininfarina del 1966 appartenuta ad Arturo Benedetti Michelangeli

Lo ritroveremo proprietario e pilota di varie auto. Tra le quali figurano una prima Ferrari 250 MM Pinin Farina del 1953 di seconda mano (perché non poteva permettersene una nuova – come aveva chiesto con un certo imbarazzo a Enzo Ferrari); una Ferrari 250 GT prima serie Pinin Farina del 1959; una 250 GTE 2+2 seconda serie Pininfarina (dopo il 1961 il nome fu scritto intero) del 1962; una Ferrari 330 GT 2+2 prima serie, sempre di Pininfarina, del 1964una Ferrari 330 GT C Pininfarina del 1966, una Jaguar XJ6 prima serie e persino una piccola scattante MG A 1600 roadster del 1959. Altre sono sfuggite alla nostra ricerca. D’altra parte, anche la vita automobilistica di Benedetti Michelangeli non è stata solo quella del pilota, delle auto supersportive, del controllo ad alta velocità. In una foto lo vediamo accanto a una Fiat 600, lo sportello aperto, un bambino che passa dietro di lui. La musica è al sicuro nella cartella sottobraccio, l’eterna sigaretta in bocca, il volto sorridente e disteso. Didascalia: chi l’ha detto che la vita dei grandi artisti debba essere solo tormento?

A Orzinuovi (BS) nel 1966, davanti alla villa d famiglia