Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Luce, atto 2: la sfida dell’altra Ferrari

Scrivendo della Luce, in tempi non sospetti, avevo chiesto di sospendere il giudizio. Oggi tolgo la sospensione: la scommessa pare vinta. Poco meno di 500 esemplari, cioè l’intero contingente previsto per il 2026, esaurito in meno di due mesi dalla presentazione del 25 maggio. Le 88 vetture della prima allocazione cinese assegnate entro giugno. Ordini che ormai sconfinano nel 2027. E le consegne ai clienti devono ancora cominciare: partono a ottobre.

Presentazione della Ferrari Luce
a Papa Leone XIV

Poi, nei giorni scorsi, a Monterey, lo Chassis 0 battuto da RM Sotheby’s a 40 milioni di dollari, l’automobile nuova più cara mai passata sotto un martello. A comprarla è stato Herbert Wertheim, ottantasette anni, investitore di Apple sin dagli esordi del titolo in borsa, che aveva già fatto la stessa cosa l’anno scorso con una Daytona SP3. Ha pagato una cifra da record per un’automobile disegnata da LoveFrom, la società creativa fondata da Jony Ive. Come a dire che il capitale che ha finanziato quarant’anni di forme di Ive in Apple si è ricomprato quelle forme montate stavolta su una carrozzeria di auto. Se cercavate una didascalia per questa vicenda, è tutta lì.

Herbert Wertheim

Ma il punto centrale è che a maggio si è discusso della cosa sbagliata. Ci si è accaniti contro il design — le proporzioni, il muso, il Cavallino da togliere secondo Montezemolo — mentre la partita che Maranello stava giocando era un’altra. Ferrari non chiedeva all’appassionato italiano di farsi piacere la nuova auto. Semplicemente lo ha lasciato fuori dal perimetro, e lo ha fatto apposta. Vigna alla conference call ha ripetuto la parola due volte: “aggiunta”, non “sostituzione”.
Cerchiamo di essere chiari: chi non l’ha apprezzata aveva tutto il diritto di esprimere il suo dissenso, ma probabilmente stava recensendo un’auto che non gli era destinata.

La Luce parla a chi in Cina compra una elettrica di lusso perché è l’unica cosa che ha senso comprare, e alla Silicon Valley che la mobilità a batteria l’ha metabolizzata giá da un pezzo. A quella gente, probabilmente, le proporzioni e il fascino della 250 GTO non dicono niente, e non c’è ragione al mondo perché dovrebbero subire quel fascino.

Ferrari 250 GTO (Gran Turismo Omologato)
il prototipo della GTO realizzato nel 1961 da Giotto Bizzarrini e Sergio Scaglietti

Nel primo articolo avevo scritto che c’era poco da fare i nostalgici, che la fisica dell’elettrico non è quella dell’endotermico e che il giudizio dei vecchi designer sapeva di difesa corporativa. Mi ero fermato lì, per prudenza. Ma i numeri sono stati più netti di qualsiasi ragionamento.

Resta una domanda vera, e non è se la Luce sia bella. È se sia un episodio o un inizio. Ferrari punta a circa 2.500 esemplari entro il 2030, 600 l’anno, il 5% delle vendite: numeri da nicchia governata. La risposta arriverà quando vedremo la seconda auto nata da questo linguaggio. Una forma isolata è una provocazione; una forma che genera una famiglia è una lingua. Ma è una questione dei prossimi anni, non di oggi.

Oggi c’è solo da prendere atto.