S’intitola “Luca, seeing red”, un titolo che già dice tutto, il film che racconta la vita di Luca Cordero di Montezemolo. C’è la “sua Ferrari”, ci sono i circuiti di F1, i piloti, Modena e Bologna, legati da una passione unica e potente di un uomo che ha scritto le pagine più belle della Rossa di Maranello, dove però alle “sue” telecamere è stato espressamente vietato l’ingresso. Ma “Luca seeing red”, vede rosso nonostante tutto. Nonostante l’epilogo più incredibile per un manager che ha passato gran parte della sua vita a Maranello, tra i circuiti di tutto il mondo, che ha conquistato 19 titoli e ha portato alla Ferrari Niki Lauda e Michael Schumacher.

Ma torniamo al film, diretto da Christopher M. Armstrong e Manish Pandey, che scorre dolcemente attraverso la grande avventura nel mondo delle corse con la Ferrari (“la cosa più importante dopo la mia famiglia”). L’ha realizzato il giornalista britannico Chris Harris, volto di Top Gear, la più popolare delle trasmissioni televisive dedicate all’automobile, che non ha mai nascosto le critiche per la Ferrari di oggi e la stima per l’ex presidente: “Se fossi il ceo della rossa, mi sederei per un mese con Montezemolo, ogni giorno, e gli chiederei: Cosa pensi di fare con l’azienda? La sua visione per il gruppo, e il modo in cui l’ha concretizzata sono stati fantastici. Aveva un carisma magnetico, per me è stato il migliore leader dell’azienda dopo Enzo Ferrari. L’azienda ha perso progressivamente il contatto con le persone a cui piace guidare, continuano a produrre ottime macchine ma manca un po’ di brivido”. Soprattutto di emozione che invece Harris, ha saputo ricostruire nel dialogo con Montezemolo nella sua tenuta alle porte di Bologna. Un viaggio nella sua vita “lavorativa” senza sconfinare (per precisa richiesta) nella vita privata.


Si comincia dal giovane studente di legge , appassionato di motori, che conquista la fiducia di Enzo Ferrari che nel 1975, a 28 anni, lo nomina “direttore sportivo” della scuderia. Dura solo due anni, il tempo di vincere il Mondiale con Lauda perché dal ’77 per Montezemolo comincia un’altra vita con una serie di incarichi: dalle relazioni esterne della Fiat alla guida di Itedi, la holding che allora controllava la Stampa, fino all’organizzazione del consorzio Azzurra per la Coppa America e la guida del comitato organizzatore dei mondiali di calcio di Italia 90.

Ma la sua passione è sempre rimasta una, la Ferrari dove, infatti, ritorna nel 1991, questa volta come “presidente” dove resta fino al giorno del suo addio nel 2014. Un addio amaro, quel 10 settembre di undici anni fa, quando è arrivato il licenziamento in diretta tv da parte di Sergio Marchionne accompagnato da una lettera con tanto di ringraziamenti di rito da parte di John Elkann e dello stesso Marchionne (rispettivamente presidente e amministratore delegato di Fca che deteneva allora il controllo del marchio sportivo più conosciuto al mondo) che subito dopo prenderà il suo posto alla Ferrari.

Un film che secondo Montezemolo è “buono per l’Italia perché fa vedere delle cose buone per il nostro Paese”. Un film che racconta storie rocambolesche come quella volta che venne travolto da Ronnie Peterson ai box (“mi ruppi un braccio e una gamba, avevo un male terribile e Lauda si arrabbiò perché non gli avevo più dato comunicazioni in gara, lo mandai aff…”. Ma anche retroscena inediti, come quando si era messo in testa di prendere Senna alla Ferrari: «Ayrton Senna venne a casa mia tre giorni prima di morire a Imola, non era contento di dove stava, alla Williams». Questo ed altro, in una storia di passioni e di scommesse vinte. 108 minuti di corsa. Come solo la “sua Ferrari” sapeva fare.