
Abbiamo brevemente accennato alla vicenda industriale di Renzo Rivolta (Desio, 1908- Milano, 1966), prematuramente mancato dopo una brillante avventura imprenditoriale che sarebbe ingiusto dimenticare. Sicuramente il suo nome brillerebbe ancora nel firmamento degli innovativi costruttori italiani di auto – come Lancia, Lamborghini, Ferrari – se l’azienda fosse riuscita a sopravvivergli anziché chiudere nel 1974 a causa della crisi petrolifera provocata dalle fibrillazioni mediorientali. Crisi che mise in dubbio l’eternità dell’espansione automobilistica in coincidenza con la rivoluzione del Sessantotto e il rigetto del consumismo che l’auto incarnava (nel decennio successivo si sarebbe aggiunta anche la sensibilità ai guasti dell’ambiente). Era fatale che i giovani voltassero le spalle al lusso e alla prepotenza meccanica orientandosi verso utilitarie economiche. Era la fine di un mito (che sarebbe poi risorto) e per un po’ le auto smisero di farci sognare.

Renzo Rivolta si era fatto le ossa nell’azienda di legnami del padre e si era messo in proprio ventisettenne a metà degli anni Trenta rilevando la Isothermos di Genova, che produceva refrigeratori, boiler e caloriferi. Trasferita alla fine della guerra l’azienda a Bresso, alle porte di Milano, aveva deciso di investire nei motoveicoli producendo alcuni modelli rivoluzionari come il Furetto e soprattutto l’Isoscooter, un due tempi a cilindro sdoppiato che ebbe buon successo di vendita grazie alla protettiva carrozzeria carenata (che non sporcava pilota e passeggero) a metà strada tra lo scooter e la motocicletta.



Il suo capolavoro fu però la Isetta, l’antenata delle city car che oggi vanno per la maggiore, prodotta dal 1952 al 1956 e replicata su licenza da molte case, BMW in testa, che la resero celeberrima. Progettata da due giovani brillanti ingegneri aeronautici, Ermenegildo Preti e Pierluigi Raggi, costava assai meno di una Fiat Topolino pur trasportando gli stessi passeggeri e consumando poco o niente. Caratterizzata dall’ampio sportellone anteriore nel quale era incernierato il volante, aveva le ruote motrici posteriori ravvicinate per evitare gli ingombri (e i costi) del differenziale. Ebbe un enorme successo anche all’estero e resta famosa una foto di Cary Grant in uno degli impeccabili vestiti tagliati per lui dal costumista hollywoodiano e suo amico fraterno Orry George Kelly, per tutti Orry-Kelly.


A metà degli anni ’60 Renzo Rivolta decise di produrre automobili sportive di lusso. Il segmento – dove spadroneggiavano Ferrari e Maserati e dove stava per debuttare Ferruccio Lamborghini – doveva sembrargli spazioso abbastanza per accogliere una comoda 4 posti, dalla sobria linea italiana, lussuosamente rifinita e meccanicamente affidabile grazie al collaudato Chevrolet 8 cilindri a V 5,4cc dalla coppia interminabile. Apparve così nel firmamento la nuova stella: la Iso Rivolta 300 GT carrozzata Bertone, subito adorata da commendatori e benzinai. Certo, c’erano già le costose Alfa Romeo 2600 e Lancia Flaminia, ma la Iso Rivolta si collocava in un segmento di molto superiore. Qualcosa di simile, esclusivo e tagliato su misura, esisteva già nel Regno Unito con le Jensen e le Gordon Keeble, o in Francia, dove Pierre Daninos assemblava le sue splendide Facel Vega utilizzando motori americani. Anche lo svizzero Peter Monteverdi tentò un’avventura simile avvalendosi di unità Chrysler e del disegno di Pietro Frua. Questo sistema, inedito per l’Italia, consentì un notevole risparmio e le risorse poterono così essere investite nel telaio indeformabile e leggero progettato da Giotto Bizzarrini, transfuga da Enzo Ferrari dopo avergli regalato la superba invitta 250 GTO.


Dopo la 300 GT (poi 350 GT) è la volta della Grifo A3/L, per la quale si studiano motori ancor più potenti (si arriverà a un V8 di 7 litri di cilindrata!) e finalmente della Grifo A3/C, nata per le competizioni che Renzo Rivolta non ama e causa attriti con Bizzarrini tanto da indurre l’ingegnere fumantino ad andarsene e fondare la sua propria casa rilevando il progetto che chiamerà Bizzarrini 5300 GT Strada.


Renzo Rivolta verrà a mancare per un infarto nel 1966 e non potrà vedere le successive realizzazioni volute dal figlio Piero: la possente berlina Fidia (1968) e l’agile coupé Lele (1969), belle automobili destinate però a incappare nel turbine della contestazione e dei suoi anatemi. Il vero killer sarà la crisi petrolifera seguita alla guerra dello Yom Kippur del 1973. Sarà lei a mettere definitivamente in ginocchio, con molte altre, la marca di Bresso, costringendola alla chiusura nel 1974.




la Iso Rivolta non ha acceso la fantasia soltanto degli appassionati di meccanica. Lo sceneggiatore tedesco Daniel Speck, famoso in patria per aver scritto vari film e serie di successo, ha pubblicato nel 2016 il romanzo Bella Germania (uscito in Italia nel 2018 col titolo Volevamo andare lontano) dove una Iso Rivolta IS 300 la fa da protagonista. La complicata vicenda famigliare parte da metà anni ’50 e arriva ai giorni nostri coinvolgendo varie generazioni e raccontando passioni, veleni e le frontiere culturali invalicabili di un’Europa ancora tagliata in due dai postumi della guerra e dalle spartizioni di Yalta.

Un giovane ingegnere tedesco viene spedito dalla BMW a Bresso per valutare la possibilità di produrre la Isetta in Germania. Viene così a contatto con un mondo ai suoi antipodi e va detto che l’ambientazione proletaria e i conflitti generati dalla prima ondata migratoria sono descritti con l’abilità del Giovanni Testori de Il Ponte della Ghisolfa o del Luchino Visconti di Rocco e i suoi fratelli. Gli sfortunati che non riusciranno a trovare posto a Milano tenteranno la fortuna come Gastarbeiter (lavoratori ospiti) in Germania e lì dovranno patirne di tutti i colori per essere assimilati, segno che la Storia altro non è che un manzoniano inseguirsi di discriminazioni e ingiustizie. Il romanzo ha avuto un successo tale che ne è stata subito tratta una serie prodotta dall’emittente ZDF nel 2019 e diffusa di recente anche in Italia. Daniel Speck possiede una IS 300 color amaranto in perfetta efficienza e non saprei se invidiare più quella o la sua abilità di show-runner.




