Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Miles Davis, la caduta dell’angelo ribelle

Miles Dewey Davis III (Alton, 26 maggio 1926 – Santa Monica, 28 settembre 1991) è stato uno dei più innovativi e originali musicisti del ‘900, per quasi trent’anni figura centrale nel jazz americano, facendo proselitismo e scuola in tutto il mondo e capace di reinventarsi più volte e risollevarsi da situazioni difficili. Sarà l’incontro fatidico con Charlie Parker a lanciare la sua carriera: nel 1945 lasciò gli studi alla Juilliard School di New York per unirsi al suo quintetto, folgorante inizio di una parabola che cambierà il volto della musica dello scorso secolo.

Davis non veniva dai suburbi, la sua era una famiglia abbiente e integrata. Per questo gli fu sempre impossibile scendere a patti o accettare compromessi, figurare come creatura ancillare di progetti altrui, sopportare le angustie del razzismo. Fu individualista e scontroso, ordigno difficile da maneggiare anche se sempre capace di valorizzare i collaboratori (che con lui toccarono le vette della carriera) e inflessibile invece con l’industria, riottoso a farsene fagocitare.

Fu uno dei pochi jazzisti in grado di realizzare le proprie potenzialità anche sotto il profilo commerciale, forse l’ultima delle grandi star dell’industria musicale. Soprannominato The Prince of the Darkness per la voce aspra e graffiante (raccontò di averla danneggiata strillando contro un produttore discografico pochi giorni dopo un’operazione alla laringe), una qualità notturna che caratterizzava tutta la sua musica e lo rese unico e immortale.

1949, Juliette Gréco e Miles Davis

Non gli mancarono gli insulti dei fanatici suprematisti, come ebbe a toccare con mano Juliette Gréco all’epoca della loro relazione, ammissibile nella Parigi del 1949 ma oltraggiosa nell’America segregazionista degli anni 50 (ne troviamo ampia testimonianza nel bel libro di Marco Molendini Sotto il sole di Roma, minimum fax 2025, pagg.250). Tanto che Davis – pur dicendo che la Gréco“…mi insegnò cosa volesse dire amare qualcuno oltre la musica”) – preferì porre termine a un amore (che durò comunque tutta la vita) piuttosto che far subire anche a lei l’odio e l’ostilità dei benpensanti, oggi tornati vergognosamente di moda. Fu l’inizio di una disperazione senza fine, che solo la scimmia riuscì a placare per qualche anno, pur se con conseguenze devastanti. 

1959, Miles Davis arrestato dalla polizia di New York fuori dal Birdland Jazz Club

L’ eroina gli cambiò stile di vita, giunse al punto di sfruttare le prostitute: “…cambiai, quando cominciai a farmi di eroina e avevo bisogno delle donne per farmi aiutare”. A causa della droga Miles conoscerà persino il carcere, come ci racconta senza nulla nascondere la sua autobiografia (Miles DavisQuincy TroupMiles, l’autobiografia, traduzione di Marco Del Freo, minimum fax, terza edizione: 2019, 600 pagine), scritta nel 1990, un anno prima della morte. Non possiamo che rimandare a questa confessione il resto delle informazioni che qui saltiamoi, la vita spericolata, l’autoanalisi che non si concede sconti né assoluzioni, la sincerità tagliente come la sua musica.

Già nel 1954 lo ritroviamo ripulito, in una fase di inarrestabile ascesa che condurrà al suo più clamoroso capolavoro, Kind of Blue — periodo modale iniziato, a dire il vero, con il clamoroso Ascenseur pour l’échafaud, colonna sonora del film di Louis Malle, suonata tutta su un flusso di sequenze che Davis stesso aveva abbozzato nei giorni precedenti in albergo, portate poi in studio quasi come unica guida ai musicisti. «Signora, ho cambiato la storia della musica 5 o 6 volte», disse un giorno, ed era vero. 

Più che un talent scout, Davis è stato una fabbrica di talento. Organizzava le prove, affittava le sale, e una volta che i musicisti erano pronti faceva scuola: la sua aneddotica in questo senso è infinita e forse intraducibile. Chiunque sia passato per lui ha raccontato la stessa storia: essere al cospetto di un genio che cercava da te qualcosa che fino a quel momento non avevi espresso, né immaginato di poter esprimere. Lo racconta Coltrane per primo, ma i nomi sono infiniti: Cannonball AdderleyWayne ShorterKeith JarrettHerbie Hancock – pescati a caso in un mazzo fittissimo di personaggi che faranno la storia del jazz.

1959, Miles Davis e la sua Jaguar HK150

Miles Davis fu un grande appassionato di auto sportive, soprattutto delle nostre Ferrari e Lamborghini, di cui possedette numerosi esemplari. Qui sotto qualche immagine delle sue predilette che, speriamo, lo abbiano consolato di tante sofferenze e umiliazioni.

1961, Miles Davis al volante della sua Ferrari 250 Spider California in visita al padre Miles Dewey Davis II. Affermato dentista e proprietario terriero, la Jaguar MKVII che si intravede nella foto è la sua
1969, con la Ferrari 275 GTB4 vendutagli dal concessionario Luis Chinetti. Colpito dalla bravura al volante di Miles Davis, Chinetti voleva addirittura farlo correre per la sua scuderia
Al volante della Ferrari 275 GTB4
1973, seduto sul cofano della sua Lamborghini Miura
1980, accanto alla sua Ferrari 308 GTSi
1984, accanto alla sua Ferrari Testarossa

Un ringraziamento a Giacomo Palazzesi per i preziosi consigli