Considero anch’io Paul Thomas Anderson tra i migliori registi del cinema statunitense e uno dei più ragguardevoli del nostro tempo. A partire dal suo esordio del 1998, Boogie Nights – L’altra Hollywood, Anderson ha ricevuto il plauso della critica e un’infinità di premi per tutti i film successivi: Magnolia (Orso d’oro al Festival di Berlino del 1999), Punch-Drunk Love – Ubriaco d’amore (miglior regista al Festival di Cannes del 2002), There Will Be Blood – Il Petroliere (Orso d’Argento come miglior regista a Berlino 2007), The Master (Leone d’argento miglior regia alla Mostra di Venezia del 2012), più svariati altri palmares in giro per il mondo toccati ai suoi magnifici interpreti e collaboratori. Senza contare la collezione di nomination all’Oscar – ben 11! – cosa che lo rende il regista vivente con più candidature alla statuetta senza tuttavia averne vinta una. Può consolarsi in compagnia di Charlie Chaplin, Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock, Orson Welles, Howard Hawks, Fritz Lang , Akira Kurosawa, Sergio Leone, Robert Altman, Sidney Lumet e Ingmar Bergman, illustrissimi trascurati (che magari hanno vinto con un loro film oppure hanno avuto un riconoscimento alla carriera, com’è accaduto ben cinque volte al nostro Federico Fellini, ma non sono stati laureati registi!).

Si capisce la difficoltà ad ammettere “ufficialmente” il talento di Anderson perché cantore dell’imperfezione e dell’infelicità, della disfunzione di ogni relazione, della solitudine, dalla disperazione, dall’aspirazione inarrivabile e perciò tossica… insomma tutto il contrario dell’american way of life e del suo ottimismo a trentadue denti. Intendiamoci: il cinema americano ha sempre saputo raccontare le crisi, le infelicità, le torsioni, ed è stato celebrato in patria e nel mondo intero proprio per questa capacità di rovesciare la visione rose & fiori senza che l’establishment se ne sentisse minacciato (forse perché sicuro di venirne prima o poi a capo). Questo tra le due guerre mondiali -mentre in altre cinematografie imperversavano propaganda e buoni sentimenti – e anche dopo, fino a tutti gli anni 50, 60, 70, 80 e 90, quando il sistema ha cominciato a scricchiolare grazie alla televisione e al lento progredire del trash. Voglio dire che fino a quel momento la cinematografia americana e quella continentale europea si sono rette su valori simili e un uguale rispetto per l’indipendenza di giudizio.

Questi ultimi due decenni si stanno invece caratterizzando per una insofferenza verso lo spirito critico che purtroppo ha finito per inquinare pure il cinema. Il controcanto al coro generale tutto va ben madama la marchesa non è più sopportabile dalle nomenklature impostesi nel mondo intero e perfino in Occidente, dove assistiamo al paradosso che una voce stonata come quella di Anderson risulti perfino detestabile. Perciò niente Oscar e molte difficoltà a fare film, tanto che mi aspetto presto o tardi che anche lui e la sua deliziosa moglie Maya Rudolph chiedano la cittadinanza francese come Amal Alamuddin e George Clooney. Potrebbero anche venire in Italia (pagherebbero meno tasse) ma dubito che il nuovo assetto cinematografico del nostro Paese possa esercitare su questi artisti molte attrattive.



Ne Il filo nascosto (Phantom Thread) Anderson dispiega tutte le sue qualità di metteur-en-scéne senza che queste appaiano preponderanti sulla storia. La fattura è come sempre elegantissima e addirittura qui, non potendo contare sui suoi abituali direttori della fotografia (lo statunitense Robert Elswit e il rumeno Mihai Mălaimare Jr.) si è assunto anche la responsabilità della luce insieme a un gruppo di fedeli collaboratori e tutto scivola impeccabile nella scansione di interni (atelier di moda, appartamenti londinesi, ristoranti alla moda, sale da ballo) ed esterni cui la stagione tardo autunnale regala le sfumature tanto preziose che si ammirano nei quadri di Thomas Jones, Francis Towne o John Constable. Ma ciò che importa più di tutto ad Anderson è la recitazione degli attori, la sottigliezza e ambivalenza delle loro espressioni, quasi che tutti aprissero bocca (o stessero in silenzio) per nascondere e dissimulare i loro veri sentimenti, forse a loro stessi inaccessibili. Ne risulta una ragnatela invisibile si micro-espressioni che sembra muovere i loro volti senza che in apparenza nulla accada. Tutto è nello sguardo degli attori che la macchina da presa (un cazzotto a chi la chiama telecamera!) penetra come una radiografia. Nulla è “pronunciato”, tutto è sottinteso e allusivo. Per me questa è la qualità suprema che ammiro in un regista e non mi sorprende che attori “complicati” come Daniel Day-Lewis, Philip Seymour Hoffmann, Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Tom Cruise, abbiano adorato e adorino lavorare con lui.


Altra cosa che colpisce è la cura di ogni dettaglio, dalla scenografia al costume, alla luce. Chiunque abbia dimestichezza, anche solo di spettatore, si rende conto che nulla è a caso nei suoi film e tutto risulta disposto perché ogni oggetto abbia un senso e una funzione e dica qualcosa, magari anche solo a livello subliminale. Un esempio è la scelta dell’automobile di Reynolds Woodcock, il sarto (oggi si direbbe stilista, ma ai tempi si sarebbe detto couturier sull’onda dei grandi francesi) protagonista della storia. Si tratta di una scelta di raffinatezza tale che mi ha subito colpito perché quando ho visto comparire la Bristol del protagonista ho capito di colpo molte cose in più del personaggio. Come? Abbiate la pazienza di seguirmi

La Bristol Cars nacque dopo la fine della guerra, precisamente nel 1947, da un accordo tra l’azienda aeronautica Bristol Aeroplane Company e la casa automobilistica AFN Ltd., fino a quel momento produttrice delle vetture sportive Frazer Nash, anche per utilizzare la sovrabbondante manodopera a disposizione dopo il periodo bellico. L’attività fu resa possibile, oltre che dall’utilizzo dei motori Frazer Nash, anche dai diritti di replica del motore BMW 328 sei cilindri di 2 litri, ottenuti come preda di guerra. L’azienda neonata poteva così disporre di un’unita sportiva che rendeva performanti le prime autovetture prodotte con un design che rivelava la loro ascendenza germanica.



In seguito la Casa trovò un suo stile e si affermò presso una clientela sportiva che avrebbe trovato troppo impegnative e “tradizionali” le Jaguar, Alvis, Lagonda o Bentley, e voleva invece una vettura agile, leggera, affidabile ma “sbarazzina”, giovanile e non paludata. Il modello che incarnò questo ideale fu proprio la Bristol 404, costruita senza più reminiscenze tedesche, anzi rilanciando il proprio DNA con una presa d’aria frontale che evocava il muso di un aereo e non assomigliava a nessun’altra. Se proprio vogliamo scorgere in quest’auto una pallida affinità, la troverei verso la scuola italiana delle berlinette disegnate da Giovanni Savonuzzi o Pinin Farina per la Cisitalia o da Mario Revelli di Beaumont per le Fiat o Alfa Romeo fuoriserie, ma è appunto un “filo nascosto”, qualcosa che non si deve scoprire.


La scelta di quest’auto dice molto del carattere di Reynolds Woodcock, esteta raffinato e spirito libero, privo di atteggiamenti esibizionistici e voglia di stupire. Quando diventa insopportabile la tensione di un mestiere creativo e stressante come il suo, sottoposto alle bizze di clienti ricche e ossessive, Reynolds tira fuori dal garage la sua Bristol e si rifugia in campagna dove la natura, i ricordi e gli incontri inaspettati hanno per un po’ la meglio sulla sua vita maniacale. Va aggiunto che la sua è una 405, la versione 4 porte berlina, sempre sportiva ma anche funzionale al trasporto di passeggeri o dei suoi mirabolanti capi d’abbigliamento.





Quest’auto nel Regno Unito spunta ormai nelle aste cifre importanti, eppure in Italia è pressoché sconosciuta. Nel corso degli anni mi è capitato di trovarne in vendita sul mercato italiano solo pochissimi esemplari, bisognosi oltretutto di cure costose. A me è sempre piaciuta e considero il suo posto guida – quello che gli inglesi chiamano cockpit,- uno dei più fascinosi delle auto d’antan, con ricca strumentazione e volante di voluttuosa ergonomia aeronautica.

Passione per quest’auto ed eccellenza della mise-en-scéne a parte, Phantom Thread resta un film memorabile non solo per la sublime interpretazione di Daniel Day-Lewis e Vicky Krieps ma anche di attrici del calibro di Lesley Manville (la sorella Cyril Woodcock), Camilla Rutheford (Johanna), Gina McKee (contessa Henrietta Harding), Harriet Sansom Harris (Barbara Rose), tutte regine del teatro inglese, il migliore di questo mondo. Costumi di Mark Bridges (un genio!), scene di Mark Tidesley (altro genio), montaggio di Dylan Tichenor e musiche di Johnny Greenwood. Anche con questi due ultimi ci troviamo sulla sommità dell’Olimpo.
