Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Alvis, l’auto dell’aristocrazia inglese che passò dal lusso ai blindati

La Alvis è stata una casa automobilistica del Regno Unito, attiva a Coventry dal 1919 al 1967. Era specializzata nella produzione di vetture raffinate e, oltre che per il mercato civile, produsse anche auto da corsa e motori aeronautici. Era prediletta dalla clientela che amava la velocità e l’andatura sportiva senza rinunciare al lusso e alla comodità, caratteristica di molte vetture dell’epoca ma che in Alvis trovò un’epitome della maestria britannica.

Dopo la seconda Guerra mondiale, pur producendo auto di grande bellezza, attraversò varie crisi e nel 1965 fu rilevata dalla Rover e da questa destinata esclusivamente alla costruzione di autoblindo e mezzi corrazzati. Infine, nel 1981 fu ceduta alla United Scientific Holding e nel 2004 alla BAE Systems Land Systems, che decise di staccare la spina e liquidare anche la produzione di mezzi militari.

una pubblicazione dell’archivio Alvis

Si perdeva così il marchio del triangolo rosso, ennesima Casa costretta a chiudere i battenti dopo essere stata per oltre quarant’anni in grado di competere in patria con le rivali Bentley, Rolls-Royce, Lanchester, Lagonda, Jaguar, e all’estero con Mercedes, Horch, Bugatti, Bucciali, Hispano Suiza, Isotta Fraschini, Alfa Romeo, Lancia, Packard, Cadillac, Lincoln, etc. Alcune tuttora attive, altre finite nel dimenticatoio o svendute o ridotte a una produzione simbolica, non degna delle proprie tradizioni. .

… e una delle ultime: la TE21 convertible carrozzata dallo svizzero Graber nel 1964

La marca fu molto attiva negli anni Trenta, distinguendosi con diversi modelli carrozzati da Carbodies, Cross & Ellis, Holbrook & Lancefield e più tardi, nel dopoguerra, affidandosi a Mulliner Park Ward, Tickford, Willowbrook e altri. Si rivolse anche allo svizzero Hermann Graber che, a mio modesto parere, realizzò sui telai TD, TE e TF alcune fra le più riuscite, eleganti e lussuriose gran turismo degli anni Sessanta, fondendo sportività e fasto regale con discrezione che fece scuola. Qui sotto un esempio del 1959, la stupenda TD21 saloon:

La Alvis TD21 Saloon carrozzata Graber del 1959

Il fondatore, Thomas George John, ingegnere nautico e progettista, aveva rilevato nel 1919 la Holley, una ditta specializzata in carburatori, assumendo il progettista Geoffrey de Freville e trasformandola per la produzione di motociclette e autoveicoli. Nel 1921 cambiò il nome in Alvis Car and Engineering, che nel 1936 diventò semplicemente Alvis. Nel 1922 affiancò a Geoffrey de Freville il disegnatore William M. “Willie” Dunn e il progettista George Thomas Smith-Clarke, provenienti ambedue dalla Daimler, che realizzano una trazione anteriore che corse con due vetture anche alla 24 Ore di Le Mans.

1928, le due Alvis a trazione anteriore in gara a Le Mans

L’origine del nome Alvis sembra sia stato suggerito da Geoffrey de Freville come crasi dei termini “alluminio” e “vis” (“forza” in latino). Altri lo fanno derivare dal nano Alvíss della mitologia norrena. De Freville respinse sempre tutte queste interpretazioni dichiarando che il nome fu scelto solo perché facilmente pronunciabile in qualsiasi lingua.

1934, Alvis 3,5 litri saloon
1934, Alvis 3,5 litri Drophead Coupé
1939, Alvis Speed 25 Saloon
1953, Alvis TA 21 drophead coupé

Durante il secondo conflitto mondiale (1939-1945) la produzione automobilistica venne sospesa e l’azienda fu convertita alla produzione bellica realizzando motori aeronautici. Terminata la guerra, ricominciò la produzione di auto, sempre sontuose, e fra i suoi collaboratori ci fu per un certo periodo anche Alec Issigonis che sviluppò un motore V8 di 3000cc che non entrò mai in produzione. I motori per circa un ventennio furono solidi 6 cilindri in linea di 3000 cc che equipaggiarono tutte le sue vetture finché non fu costretta, come detto, a dedicarsi nel settore militare.

“La Bestia”, prototipo del 1955

Già nel 1955, avvertendo i primi scricchiolii, Alvis stava meditando di abbandonare il settore automobilistico e concentrarsi su quello militare, tanto che senza alcuna commissione si mise a studiare un veicolo da trasporto militare anfibio che suscitò un grande interesse. Lo chiamarono Beast 15BT16 (Bestia e numero di targa militare) e sarebbe poi diventato il fortunato Stalwart, classificato formalmente dall’esercito britannico come High Mobility Load Carrier (HMLC) utilizzato in grandi numeri e diverse declinazioni dal 1966 al 1992.

A questo si aggiungeranno altri blindati come il Saracen FV603 (FV significa Fighting Vehicle) per il trasporto truppe, ampiamente utilizzato dalla British Army in Irlanda del Nord, e il Saladin FV601, autoblindo pesante da ricognizione, e il Salamander FV651 antincendio corrazzato per l’intervento rapido begli aeroporti militari.

Qualunque piccolo abbia giocato negli anni Cinquanta con i modellini Matchbox della Lesney, li ricorderà perfettamente:

modellino Alvis Saracen
Modellino Alvis Saladin

A questi mezzi su ruota, si aggiunsero vari cingolati come lo Scorpion FV101, carro armato leggero, ricognitore cingolato in lluminio, estremamente veloce e agile. A questo si aggiungono gli Alvis Scimitar, Spartan, Sultan, Samson, Samaritan, e altre varianti della stessa piattaforma cingolata per trasporto truppe, comando, recupero e ambulanza militare. Da ultimo vanno ricordati gli Alvis Sabre, veicolo da ricognizione nato dall’unione tra lo scafo dello Scorpion e la torretta dell’autoblindo Fox, e lo Stormer: evoluzione moderna allungata della famiglia CVR(T), impiegata anche come piattaforma missilistica antiaerea.

L’unità 6 cilindri in linea B60 che equipaggiava le Alvis militari era costruito insieme a Rolls-Royce

Tutti questi mezzi sono stati impiegati in varie operazioni e teatri di guerra, conflitti e disordini civili, insomma avventure spiacevoli che – a parte la gioia incosciente dei bambini che adorano giocare alla guerra e assistere alle parate (ovviamente mi ci metto anch’io per quel che riguarda il mio remoto passato!) – evocano turbolenze cui il mondo non sa rinunciare anche se (pochi) illusi non disperano che un giorno o l’altro torni a prevalere la ragione.

Preferiamo perciò ricordare la Alvis, più che per gli eccezionali motori del Saladin e del Saracen, i celeberrimi B60 e B80 condivisi con la Rolls-Royce e sui quali mise mano anche il già citato Alec Issigonis, per certe meravigliose fuoriserie degli anni Sessanta con le quali fare lunghi silenziosi comodissimi viaggi immersi nella calma, nel lusso e nella voluttà come voleva Charles  Baudelaire e come confermò Henry Matisse che seppe mettere sulla tela quei versi.

1904, Henry Matisse, Luxe, Calme et Volupté, olio su tela, Parigi, Museo d’Orsay