Sono passati poco più di ventāanni dalla scomparsa di Gillo Pontecorvo, regista fra i più celebrati anche se meno prolifici del cinema italiano. Solo cinque film allāattivo: La grande strada azzurra (1957), Kapò (1960), La battaglia di Algeri (1966), Queimada (1969), Ogro (1979) oltre, agli inizi, a una mezza dozzina di documentari sempre attenti ai contrasti sociali. Un cineasta politico – come si sarebbe detto al tempo in cui questa definizione non suonava insultante ā ma senza mai intenzione di fare prediche o propaganda per qualcuno. Il suo film più celebre, appunto La Battaglia di Algeri, attaccato perchĆ© sembrava indulgente con la lotta algerina e le azioni terroristiche, mostrava invece tutte i contrasti e le dinamiche interne alla Liberazione (come ce ne furono anche in Italia durante la Resistenza) e non solo l’ovvia denuncia delle torture impiegate con disinvoltura dallāesercito francese. Con tutto ciò il film fu proibito in Francia fino al 1971, tanto indigesto era per i cugini dāOltralpe il ricordo di una pagina tanto ingloriosa.

Se possiamo capire che il tasto fosse troppo dolente per la Francia, meno comprensibili sono le restrizioni inflitte alla distribuzione negli Stati Uniti o nel Regno Unito, per non parlare della altalena di stop temporanei in Israele e vari altri Paesi, se non per la preoccupazione che potesse infiammare gli animi e propagandare un cattivo esempio.

La visione della versione restaurata della Battaglia di Algeri allāultima Festa del Cinema di Roma ci ha confortato sullāattualitĆ di questo capolavoro: non ĆØ invecchiato e mostra anzi una strana, certamente non intenzionale rima con il recente Naza dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor presentato lo scorso settembre alla 83a Mostra del Cinema di Venezia. Film che ha riscosso il Premio speciale della Giuria, lāapprezzamento del pubblico e le contemporanee contumelie di tutti quelli che hanno la coda di paglia sulla vicenda di Gaza e le sue devastanti conseguenze sulla popolazione civile.

Nei suoi cinque film (tutti di grande successo, pochi ma buoni!) Gillo Pontecorvo ha saputo unire la gravitĆ dei temi alla sensibilitĆ popolare, intransigenti e travolgenti al tempo stesso, comunicativi e mai altezzosi. Era tra lāaltro uomo di grande fascino personale, uno degli incantatori del cinema italiano nella stessa maniera di Federico Fellini, Bernardo Bertolucci, Citto Maselli, Ettore Scola, Elio Petri, artisti che volevano sedurti a ogni costo. Cosa che riusciva senza difficoltĆ soprattutto per la capacitĆ di illudere ogni interlocutore di essere lāunica persona al mondo interessante che avessero mai incontrato. Non era vero, ma riuscivano a fartelo credere.

Lo charme di Pontecorvo era però involontario, qualcosa che gli scappava da tutte le parti malgrado volesse nasconderlo, esplodendo in sorrisi cosƬ smaglianti ai quali non si poteva resistere e mettevano di buon umore. Arguto, con lāaria perfino di prenderti sottilmente in giro, refrattario ai modi di chi si prende troppo sul serio e sāimpanca a precettore.

Ebbe rapporti difficili con star come Marlon Brando e Gian Maria VolontĆØ, costringendoli però a fare quello che voleva lui; la mitezza era tutta apparente e mai avrebbe potuto cedere o soccombere ad altre ossessioni che non fossero le sue. Con tutto ciò era amatissimo e perfino Brando – col quale s’erano ridotti al punto di non parlarsi più direttamente sul set di Queimada – lo indicò come regista ideale per progetti che poi si arenarono.

Anche il suo ultimo film, Ogro – sullāattentato che costò la vita allāammiraglio Luis Carrero Blanco, delfino del caudillo Francisco Franco, interpretato da un infervorato VolontĆØ – suscitò discussioni infinite e accuse di apologia del terrorismo. Non era vero naturalmente, ma eravamo nel 1979, un anno dopo il sequestro e lāesecuzione di Aldo Moro con le sue nefaste ripercussioni tuttora non sopite. In seguito si affermò come capace organizzatore culturale e diresse dal1992 al 1996 la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia riportandola agli antichi fasti facendone la vetrina dei grandi autori, dei divi internazionali, dei registi emergenti (soprattutto asiatici) e rendendola più accessibile a un pubblico di giovani calmierando per loro i prezzi della solitamente esosa ospitalitĆ . Sono passati ormai ventāanni dalla sua scomparsa ma chi ha avuto il privilegio di conoscerlo lo rimpiange ancora.

Nota la sua passione per la musica. Quando visse per un certo periodo a Parigi negli anni Cinquanta studiò composizione col grande compositore direttore dāorchestra e didatta RenĆ© Leibowitz e per mantenersi partecipò a importanti tornei di tennis (altra grande passione mai tradita) essendo stato da ragazzino una promessa agonistica nazionale. Amava le piante e aveva il pollice verde. I suoi figli ricordano (oggi con tenerezza, ma quandāerano piccoli immensa era la vergogna!) le carrettate di letame raccolte in campagna e stivate nel bagagliaio per concimare la terrazza di casa.
Bene, direte, ma cosa cāentra tutto questo con le automobili di cui si occupa questo sito?

Nulla, effettivamente. Comanda qui solo la nostalgia per una persona cara e la sua mite ferrigna coerenza, per i suoi gentili e beffardi occhi azzurri e il sorriso irresistibile. Mi viene in mente giusto il blindato Panhard EBR (Engin BlindĆ© de Reconnaissance, in italiano Mezzo Blindato da Ricognizione) che compare nelle scene dellāinsurrezione de La Battaglia di Algeri (in parte realizzate dal suo collega e fraterno amico Giuliano Montaldo). Un mezzo che la Panhard aveva costruito per lāArmĆ©e de terre nel 1951 e prodotto fino al 1985, impiegato in vari teatri di guerra, oltre alla Francia, da Paesi come Portogallo, Indonesia, Marocco e truppe NATO. Dotato di un motore 12 cilindri che sviluppava 220 hp, trazione 8×8, molto veloce (raggiungeva i 100 kmh), fu molto apprezzato per le doti di agilitĆ e potenza di fuoco. La Panhard, come la britannica Alvis, si era convertita dopo la 2° Guerra mondiale da fabbrica di auto di super lusso a costruttore di veicoli militari, non essendo più in grado di reggere la concorrenza interna e internazionale.



Come tutti quelli della sua generazione, anche Pontecorvo ha subito il fascino delle belle automobili sportive senza mai tuttavia diventarne fanatico. Preferiva tranquille berline o station wagon per trasportare la famiglia e una volta ā me lo racconta il figlio Marco, anche lui bravo regista e provetto direttore della fotografia ā scambiò una performante Alfa Romeo1750 GT Veloce, regalatagli dal produttore di Queimada Alberto Grimaldi, con una tranquillissima Renault 16 che fece piangere i figli adolescenti per la delusione.


