Ci ha lasciato Robert Selden Duvall (San Diego, 5 gennaio 1931 – Middleburg, 15 febbraio 2026), un attore che ci ha rallegrati per la sua bravura nel corso di più di settantāanni di carriera (aveva debuttato nel 1952 con la piĆØce Laughter In The Stars, per riprendere la carriera militare fino al congedo nel 1954, dopo aver partecipato alla guerra di Corea), avendo al suo attivo interpretazioni memorabili, la più celebre delle quali ĆØ forse quella del tenente colonnello William Kilgore in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola del 1979, nel ruolo che avevano rifiutato Robert Redford e Steve McQueen. Le scene epiche degli elicotteri che bombardano il villaggio vietnamita al suono delle Cavalcata delle Valchirie, il surf, la partita a carte sui cadaveri, la chitarra suonata davanti ai suoi cavalleggeri, sono forse la più cruda rappresentazione della follia della guerra mascherata da allegro irresponsabile vitalismo: āmi piace lāodore del napalm la mattina prestoā dice Kilgore senza vergogna. Non c’ĆØ bisogno di aggiungere altro.

Duvall vinse un Oscar per Tender Mercies nel 1983 e ha avuto sei candidature. PerThe Godfather (1972), Apocalypse Now (1979), The Great Santini (1980), The Apostle (1997), A civil Action (1998) e The Judge (2014. Ha vinto anche quattro Golden Glode, due Emmy, uno Screen Actors Guild Award e un BAFTA.
Il suo esordio al cinema avvenne nel 1962 conĀ Il buio oltre la siepeĀ di Robert Mulligan, tratto dal romanzo di Harper Lee, dovāera un malato di mente, lāanno dopo interpretò un pilota in Captain NewmanĀ e nel 1969 girò il suo primo film con Francis Ford CoppolaĀ Non torno a casa stasera. Lo stesso regista lāavrebbe scritturato perĀ il PadrinoĀ nel ruolo dellāavvocato Tom Hagen consigliori di don Vito Corleone – lāimmensoĀ Marlon BrandoĀ che ormai non voleva più nessuno! – e poi del figlio ultimogenito Michael – lāaltrettanto straordinarioĀ Al Pacino – l’erede designato.

Convinto conservatore (aveva appoggiato George W. Bush, Rudolph Giuliani, John McCain e Sarah Palin), negli ultimi tempi aveva molto raffreddato le sue simpatie definendo il Partito Repubblicano dāoggidƬ āun pasticcioā. Ha fondato nel 2001, con la quarta moglie Luciana Pedraza il Robert Duvall Children’s Fund per aiutare le famiglie argentine per costruire case, scuole e strutture mediche, sostenitori anche dellāorganizzazione benefica no-profit Pro Mujer per sostenere le donne più povere dell’America latina.
L’abbiamo visto in alcune produzioni utilizzare automobili leggendarie come la Chevrolet Corvette della serie televisiva Route 66 del 1960-64, la Lola T70 (nel primo film del 1971 di George Lucas THX 1138), la CadillacFleetwood 1975 del film A night in old Mexico del 2013, la Rolls-Royce Silver Cloud I di Hustle del 2022, uno dei suoi ultimi film.




Oltre ai grandi ruoli da protagonista (come quello sostenuto per la nostra Cinzia Th. Torrini in Hotel Colonial del 1987), Robert Duvall va ricordato anche per un’infinitĆ di interpretazioni collaterali da supporting actor, dove non bisogna essere certo meno bravi dei protagonisti. Uno di questi ĆØ l’ambiguo direttore di banca Edwin Stewart de La caccia (The Chase, 1966, prodotto da Sam Spiegel per la Columbia), quarto film di Arthur Penn e capolavoro assoluto. Duvall vi affiancava Marlon Brando, Robert Redford, Jane Fonda, Angie Dickinson, Janice Rule, Miriam Hopkins, in un ritratto spietato della provincia americana intollerante e razzista, pronta al linciaggio per nascondere le proprie magagne e dove gli eroi (qui Marlon Brando, nel ruolo di uno sceriffo che non si rassegna all’ingiustizia) finiscono per essere odiati da benpensanti che si rivelavo peggiori delle canaglie.


