
Per tutti Claudia Cardinale resterà la sublime ingenua creatura de La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini, la voluttuosa Angelica de Il Gattopardo di Luchino Visconti, la misteriosa irraggiungibile Claudia di 8e1/2 di Federico Fellini, la risoluta e sensuale vedova di C’era una volta il West di Sergio Leone, senza dimenticare l’infinità di film nei quali è apparsa lasciando tracce indelebili (personalmente ho un debole per una pellicola considerata “minore”: Né onore né Gloria di Mark Robson del 1966, titolo originale Lost command, dove ritrovava il suo Alain Delon insieme ad Anthony Quinn, George Segal, Maurice Ronet e Michéle Morgan).


Dunque possiamo considerarla immortale e non piangere la sua bellezza – né, aggiungo, la sua grazia, la sua simpatia, la sua risata contagiosa – perché non sarà mai dispersa come accade ai comuni mortali, conservati solo nel ricordo dei propri cari. Non aggiungerò il riassunto della sua carriera né pettegole rivelazioni sulla sua vita privata, peraltro gelosamente custodita da un pudore che non l’ha mai abbandonata nonostante la curiosità morbosa di ficcare il naso nelle sue tormentate vicende personali. Questo è un momento in cui ciascuno di noi può riandare il come-dove-quando ha scoperto questa attrice al tempo stesso lussuriosa e casta, regale e zingara, forastica e mansueta, comunque irraggiungibile e confinata nei sogni che non si possono confessare.

Mi piace ricordarla in questa immagine dov’è seduta sul bagagliaio di una Flaminia Berlina, la macchina di rappresentanza della Vides, la società di Franco Cristaldi che l’aveva messa sotto contratto e che fu per molti anni il produttore/pigmaglione della sua smagliante carriera ma al tempo stesso – è lei a raccontarcelo nell’autobiografia Io Claudia, tu Claudia scritta nel 2006 con Anna Maria Mori per Sperling & Kupfer – il suo innamorato, protettivo e involontario carceriere.

Resta fra le nostre attrici una delle poche che abbia sfondato nel mondo intero, come Sophia Loren, Silvana Mangano o Virna Lisi, declinazioni di bellezze molto diverse tra loro e incarnazioni di un eterno femminino travolgente, ancestrale e, probabilmente, irripetibile. Le grandi divinità dello schermo fortunatamente non vanno rimpiante: si tornano a vedere e rivedere nei film dove la loro giovinezza è resa eterna, immortale.

