Quale cineasta, e non solo italiano, può sottrarsi al fascino di Roberto Rossellini e non invidiargli almeno uno della decina di titoli che gli assicurano il posto d’onore nei grandi pascoli del cielo, accanto ai sublimi maestri dell’arte cinematografica del Novecento? Se, come dicono i velisti francesi, chi ha doppiato Capo Horn ha diritto di fare la pipì controvento (“a le droit de pisser face au vent“), ugualmente questo diritto va riconosciuto a Rossellini in ogni luogo della terra dove esistano una sala e relative poltrone, tanto questo regista geniale ha insegnato (senza averne l’aria) tutto a tutti.

Film come Roma città aperta (1945), Paisà (1946) Germania anno zero (1948), Stromboli (1950), Viaggio in Italia, (1954) ma anche titoli meno celebrati come Francesco giullare di Dio (1950), Europa ’51 (1952), Il generale Della Rovere (1959) sono degni di figurare nel Pantheon delle opere immortali, senza trascurare un capolavoro come La presa del potere di Luigi XIV (1966) realizzato per la televisione, modello per chiunque voglia accostarsi a questo mezzo senza snobismi o complessi di superiorità. Accanto ai suoi bellissimi film non va infatti dimenticata la fertile produzione documentaristica e televisiva, curioso fino all’estremo di qualsiasi novità.

In più, come ricorda chi ha avuto la fortuna d’incontrarlo, era persona seducentissima e irresistibile, un grande illusionista e incantatore, come provano le conquiste femminili e soprattutto l’influenza esercitata su generazioni anche molto diverse di cineasti. Come Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Citto Maselli, Luigi Comencini, Otto Preminger, Satyajit Ray, e perfino i “ragazzacci” iconoclasti della nouvelle vague come Jean-Luc Godard, François Truffaut, Jacques Rivette e altri (fra i quali possiamo tranquillamente iscrivere il nostro Bernardo Bertolucci) o la generazione post-hollywoodiana così ben rappresentata da Martin Scorsese che ne sposò addirittura l’adorabile figlia Isabella. Chiunque nel cinema di tutto il mondo gli deve qualcosa e ancora oggi possiamo riconoscerne il lascito, per quanto indiretto e filtrato dai tempi, nelle cinematografie del cosiddetto Terzo Mondo: Africa, Asia, America Latina, che giustamente l’hanno eletto a nume tutelare.

Motivo di ulteriore ammirazione è per me la passione per le automobili, in particolare per le Ferrari. Amico personale del Drake, ebbe non solo l’opportunità di acquistarne le auto di serie, ma anche di ordinare alcune realizzazioni “speciali” che ancora oggi suscitano meraviglia. Con una Ferrari 250 MM Vignale Spyder, corse nell’aprile del 1953 la prima parte della Mille Miglia affiancato dal grande operatore Aldo Tonti che, nella sua autobiografia Odore di cinema (Vallecchi 1963), ricorda la corsa con terrore.

Un paio d’anni prima, sul finire della tormentata relazione con Anna Magnani, all’attrice rimase la Ferrari targata Roma*159147 che vediamo ancora in suo possesso nel 1952 durante le riprese de La carrozza d’oro diretta da Jean Renoir e prodotto da Francesco Alliata e Renzo Avanzo (quest’ultimo cugino di Rossellini nonché primo marito di Uberta, la prediletta sorella ultimogenita di Luchino Visconti).

Anche il sodalizio artistico si era ormai concluso nel 1948, dopo aver messo in immagini lo stupendo monologo di Jean Cocteau La voix humaine (uno dei 2 episodi del film L’Amore, l’altro ha come interprete Federico Fellini nei panni di uno stralunato imbroglione) e, per quanto legati da una comprensione che durerà tutta la vita, Rossellini si è ormai legato a Ingrid Bergman che gli si è offerta come interprete dopo una visone entusiasta di Roma città aperta.



Insieme realizzeranno Stromboli (1950), Europa ’51 (1952), un episodio di Siamo donne (1953), Viaggio in Italia (1954), Giovanna d’Arco al rogo (1954) prima che finisse la relazione. Anche con l’attrice svedese sarà condivisa la passione per le Ferrari, come mostrano alcune fotografie che qui riproduciamo scusandoci se qualcuna è di bassa qualità.


Ci sono poi due Ferrari molto note nel circolo degli appassionati, una delle quali ha dato di recente origine a controversie nelle quali eviteremo di entrare dato che la vicenda è ancora sub judice, malgrado i premi vinti in concorsi prestigiosi come al Concours of Elegance di Peeble Beach del 2014.
In una foto scattata al Salone di Parigi del 1954 vediamo Ingrid Bergman in ammirazione di una stupenda Ferrari 375 MM realizzata da Ferrari e Pinin Farina apposta per la celebre coppia. Il numero di telaio è il #0456 e si segnalano alcune particolarità che faranno scuola, come i fari a scomparsa e il padiglione che si prolunga in due lunghe pinne sullo specchio di coda che incorporando il lunotto posteriore in verticale. Il regista ha pagato al costruttore modenese la ragguardevole cifra di 4 milioni di lire.



Una seconda Ferrari 375 MM, questa con telaio #0402 e carrozzeria aperta, nata per le corse con la guida a destra, era stata acquistata da Rossellini (accidenti quanto si guadagnava bene col cinema!) e danneggiata in un incidente. Il regista la riportò a Enzo Ferrari per farla ricarrozzare come coupé stradale e questi si rivolse a Sergio Scaglietti che diede vita alla sua prima autonoma costruzione (per Ferrari aveva sempre messo in opera progetti di altri carrozzieri). Ne uscì un’auto dalla personalità spiccatissima, con qualche vaga curvacea assonanza agli stilemi di Franco Scaglione per Bertone e di Rudolf Uhlenhaut e Karl Wilfe per la Mercedes 300 SL “Gullwing”, con un colore su richiesta specifica che da allora in Ferrari verrà chiamato “grigio Ingrid“.

Auto filante e leggerissima (appena 907 Kg!), dalle prestazioni che devono aver spaventato la bella Ingrid se è vero, come si tramanda, che non osò mai guidarla. D’altra parte, con la potenza di un motore da competizione sotto la sottile sfoglia della carrozzeria Scaglietti, la 375 MM #0402 non doveva essere facile da domare.






