
L’Orgoglio degli Amberson (The Magnificent Ambersons, 1942, prodotto da RKO e Mercury Pictures, basato sul romanzo di Booth Tarkington) è il secondo film di Orson Welles, di appena un anno successivo allo strabiliante Quarto Potere (Citizen Kane, 1941, RKO e Mercury Pictures) che aveva proiettato il 26nne regista nel regno dei cieli. Questa opera seconda non avrà però il successo della prima e verrà addirittura disconosciuta dall’autore per le interferenze della produzione. Impegnato in Brasile nelle riprese di It’s All True – il documentario che Welles girò nel 1942 su commissione di Nelson Rockefeller per favorire i rapporti commerciali tra gli Stati Uniti e il governo di Getúlio Vargas – si vedrà manipolare il montaggio da parte della RKO addirittura con un diverso e rassicurante finale, tanto da costringere Welles a sconfessare questo film, altrettanto ambizioso e bello come il suo primo, malgrado sia stato mutilato di ben 43 minuti.

L’orgoglio degli Amberson è disponibile sulle piattaforme (purtroppo sempre nella versione RKO, ma almeno con alcune integrazioni come la voce off dell’autore e i titoli di coda) e potrete giudicare voi stessi se mi sbaglio o no. Fortunatamente il Tempo è un tribunale generoso, sottrae il (presunto) reo film alla dittatura delle mode e permette anzi di riconoscere dove ha previsto con antenne lungimiranti il gusto e l’intelligenza del futuro. Questo film ci appassiona perché accanto alla vicenda principale, che è groviglio di amori resi infelici dalla presunzione e dai pregiudizi di casta, si racconta dell’invenzione e dello sviluppo dell’automobile da parte di uno dei protagonisti, Eugene Morgan (interpretato da Joseph Cotten, uno degli attori prediletti di Welles), forse l’unico personaggio che non abbia niente da rimproverarsi e si dimostri sempre all’altezza di situazioni difficili causate dall’insipienza altrui. Le sue vetture si chiameranno Morgan come lui ma non hanno niente a che vedere con la factory inglese fondata nel 1910 da Henry Frederick Stanley Morgan.

L’evoluzione dell’automobile – che da buffa invenzione derisa da tutti sostituirà poco per volta le carrozze e i cavalli diventando uno strumento indispensabile – corre parallela al declino degli Amberson, la cui fortuna si fonda soprattutto sulla speculazione immobiliare, e ne costituisce una sorta di contrappasso. La mobilità avvicina i quartieri e diminuisce le differenze di valore fra centro e periferia, minimizza le distanze sociali e “democratizza” l’accesso a lavori e fortune anche lontane, finalmente non più inaccessibili a chi non nasce bene. Il vecchio capitalismo, rappresentato dalla famiglia Amberson, non può bloccare questo sviluppo e nemmeno controllarlo e alla fine non potrà che rimpiangere di non aver accolto a suo tempo il geniale inventore vivificando con nuova linfa il casato.

Questo film racconta il sogno americano con tale nobiltà e grandezza da richiamare i grandi romanzi russi prima ancora che i padri della letteratura americana moderna come Walt Wihtman, Mark Twain o Henry David Thoreau. La cosa che più colpisce, rivedendolo oggi, è che non c’è alcun giudizio negativo verso i personaggi nemmeno quando compiono scelte clamorosamente sbagliate e autolesioniste. C’è una strana tenerezza – sottolineata dai movimenti avvolgenti e voluttuosi della macchina da presa che quanto più sbagliano tanto più vuole abbracciarli – verso gli eroi e le eroine di questa vicenda. Che mascherano la loro fragilità dietro una superbia destinata a sgretolarsi insieme alla ricchezza, per ritrovarsi tutti alla fine sventurati e perdenti sotto ogni cielo. Un’America nobile, dove perfino le forze antagoniste non tradiscono i principi dei padri fondatori e rispettano il patto comune, qualcosa che oggi viene continuamente mortificato dalla follia degli attuali caporioni ma che – è la speranza del mondo intero! – prima o poi ritroverà sé stessa e spazzerà via i distruttori.


Il massacro provocato dai produttori su L’orgoglio degli Amberson ebbe conseguenze disastrose sulla carriera di Welles che, dopo la rescissione del contratto da parte della RKO, non tornerà dietro la macchina da presa che nel 1947, con La signora di Shangai (The Lady from Shanghai), prodotto questa volta dalla Columbia. Anche questo film non fece che confermare il talento del cineasta ma provocò discussioni e contrasti tali col mogul della Columbia Harry Cohn che l’avventura si concluse malamente e La signora di Shangai rimase l’ultima delle sue opere girate a Hollywood. Sarà anche l’ultimo film con la Columbia di Rita Hayworth, la star del film all’epoca sposata con Welles, anche se il matrimonio era agli sgoccioli. Gran parte delle riprese furono girate per mare sullo Zaca, la goletta di Errol Flynn (che compare talvolta di sfuggita confuso fra i marinai dell’equipaggio).

Dopo d’allora Orson Welles ha sempre dovuto faticare per realizzare i suoi film, frutto di arzigogolate e improbabili combinazioni produttive che spesso non gli hanno nemmeno concesso di terminarle e venirne a capo. Con tutto questo la sua figura giganteggia nella storia del cinema mondiale, forse il cineasta più amato (e imitato), ancora oggi considerato l’innovatore più coraggioso e imprevedibile della settima arte





