Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

L’auto dei miei vent’anni/3 Volevo una Dyane mi ritrovai una 500 “rosso Ferrari”

Il mio amore era una Dyane e mi ritrovai una 500. Che non era un calesse, sebbene un po’ ammaccata. Dopo due giorni, mio padre la portò da un carrozziere che me la restituì rosso Ferrari fiammante. Era la Fiat, bellezza, anche se quella Citroën giallo Titti targato TO – zero probabilità che fosse di uno juventino, da interista non l’avrei voluta nemmeno regalata – rimase il mio sogno di mezza estate.

La Fiat 500

Con la Fiat 500 dei miei vent’anni non ci feci viaggi su Marte come su una Tesla ante litteram, ma turismo di prossimità come si dice adesso. Insomma, qualche fuori porta a tetto aperto anche con la pioggia, all’inglese. Non avevo ancora una Vespa e ci andavo a lavorare nella redazione della mia vita, che finalmente cominciava a pagarmi un modesto mensile mentre studiavo all’università. Non frequentavo più per mancanza di tempo, altrimenti con la 500 rosso Ferrari avrei provato ad entrare alla Sapienza nonostante i divieti. Memore che, da militare di leva, tempo prima mi avevano fatto passare con una Fiat 128 blu targata AM neanche fossi un generale, guidata da uno strepitoso autista coattone in divisa anche lui.

Maranello

Al giornale scrivevo di esteri, nascondendo il mio amore automobilistico per coscienza da estrema sinistra, quanto per nulla ambientalista. O forse lo nascondevo male, perché un giorno degli anni 80 arrivò da Maranello un invito a visitare la Ferrari e lo mollarono subito a me. Che emozione scoprire in fabbrica donne alle macchine da cucire, o che l’amato giallo fosse il colore preferito di così tanti clienti disposti a spendere una moltiplicazione infinita della mia mensilità per avere un’auto del Cavallino. Il pezzo finì sul Domenicale, edizione raffinata e diversamente militante del quotidiano.

Il ricordo più intenso della mia Fiat 500 è legato comunque al lavoro. Una mattina presto di dicembre del 1985 il caporedattore centrale mi telefonò a casa perché alla radio (altro che smartphone e internet) aveva sentito di un attentato all’aeroporto di Fiumicino. Matrice mediorientale, vai tu che ti occupi di esteri. Saltai sulla 500 che trasformai in una vera Ferrari arrivando secondo, dopo il collega dell’Ansa (che però forse stava già lì), davanti ai check in della El Al e di una compagnia americana. Fu una strage.

E un segno. Fra la fine dei ‘70 e la metà degli ‘80, l’automobile era ancora sinonimo di libertà, ma non riesco a decontestualizzarla dal clima dell’epoca, o almeno da quello che vivevo da studente al liceo e subito da giovane giornalista appena iscritto all’università. In quelle stagioni difficili, le auto erano anche incendiate per strada a margine di manifestazioni di piazza (leggete “Romanzo rosso” di Pino Corrias, se volete saperne di più in modo crudo e fedele), o rubate dalle organizzazioni terroristiche e dalla mafia per attentati e fughe. Non ho più dimenticato che alla prima uscita con l’auto di mio padre a patente appena rilasciata – accompagnavo mia sorella a lezione di pianoforte – fui fermato dalla polizia con i mitra in faccia a un posto di blocco. A Roma erano i giorni del rapimento Moro.

La Dyane

La Fiat 500 rossa dei miei vent’anni era piacere, necessità, musica. Era l’ambizione di diventare grande con il desiderio di un’auto più grande, e meglio non rossa. Già che ci sono, approfitto per congedarmi dalla Dyane giallo Titti targata TO, il mio sogno di mezza estate. Mi servono alcune parole di Fabrizio De André, poeta che ascoltavo in 500, ma che ai tempi mi dovevano essere sfuggite: “È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”. (3/continua)