Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

L’auto dei miei 20 anni/6 Un tappeto volante che chiamavo “Pallina”

Che ci siano amori, mode, vizi, letture, luoghi e amicizie per ogni stagione della nostra vita “è una gran bella verità” (cantava Lucio Battisti), ma che la stessa sorte tocchi alle auto che ci accompagnano è spesso una effimera coincidenza, a volte una scelta indotta dal canto delle sirene auto motive. Ben lo sanno le aziende che creano citycar per giovani donne e Suv per famiglie benestanti, spider per scapoli scapestrati (quelli del secolo scorso), crossover per chiunque se lo possa permettere.

Ma torniamo alle “mezze stagioni di una volta”, anzi ad un’altra era geologica, quella in cui una ragazza, Marlboro e patente in tasca, jeans, capello selvaggio, cuore tenero e sogni da vendere, pensava di poter cambiare il mondo. Niente era possibile però senza l’impegno politico, lo studio costante, la rivoluzione delle idee, la visione femminista e il tappeto volante per la libertà, un amico assetato di benzina o gpl.  

Fiat 500

Il mio primo “tappeto volante”, che come il primo amore non si scorda mai, fu Pallina. Era stata registrata dalla Motorizzazione come Fiat 500 F  colore blu notte. Ometto la targa (che conosco a memoria) per riservatezza. Pallina fu comprata usata da mio padre che sigillava così un’antica promessa con la primogenita. Quando la vidi sotto il portone di casa, la settimana che anticipava i miei 18 anni, mi sentii una copia moderna della mitologica Regina di Saba, tanto ricca di energia e potenza da poter sfidare un qualsiasi saggio Salomone. Non avevo ancora la “licenza di guida” (e neppure il foglio rosa), ma guidavo clandestinamente (sempre accanto al mio primo amore patentato) da oltre due anni: da quando cioè mio padre aveva deciso di “buttarmi in pista” a Fregene, dove andavamo in vacanza, per evitare diventassi “una cretina al volante” (oggi sarebbe stato messo all’indice per il linguaggio misogino).

In perfetto stile Montessori (perdonate il paradosso!) aveva stabilito che le strade sterrate tra la campagna e il litorale sarebbero state la mia palestra. Inutili le suppliche di mia madre che cercava di dissuaderlo ricordandogli che ero soltanto una ragazzina. Dopo una giornata di mare io e papà uscivamo un’oretta per fare “pratica”


Immaginate quanto fossi su di giri e terrorizzata allo stesso tempo. Arrivati là dove non c’era traccia di auto né di essere umano, mio padre scendeva e disponeva sullo sterrato i vuoti vitrei di Coca Cola, aranciata e birra che si era portato dietro. Perché? Io, con l’Autobianchi A112 (di mamma), dovevo passare cauta tra le bottiglie senza sfiorarle. Dovevo raddrizzare, curvare, rallentare, prendere le distanze, “capire” il cambio e fare lo slalom. E guai a sbagliare! L’impresa non mi appariva impossibile, tuttavia man mano che avanzavo (al massimo in prima-seconda, inchiodando di tanto in tanto) gli ostacoli si ravvicinavano e l’ansia prendeva il sopravvento.

Autobianchi A112

Non vi tedio oltre con le lezioni di “padronanza del mezzo” che mi procurarono diversi pianti, sussulti, rimproveri e mal di stomaco, ma finanche una capacità di concentrazione al volante che mi assilla ancora oggi. All’addestramento da baby-pilota seguirono le interrogazioni sui quiz, i segnali stradali, il motore (e via andare) e un tirocinio da parcheggio che credo pochi abbiano subito. Le torture paterno-maschiliste sfociarono in una promozione immediata all’esame, di teoria e poi di pratica, della Motorizzazione: risultato ottenuto senza mai aver messo piede in un’autoscuola. Non si contano le volte chei ho parcheggiato le auto di tutte le amiche che stentavano nelle manovre. E conservo gelosamente un trofeo: la vittoria sul Maggiolino Volkswagen bianco della mamma della mia amica Paola R., una sorta di vecchio carrarmato senza servosterzo il cui parcheggio era sempre una prova di forza colossale.  

Autobianchi A112 Abarth

Ragionando di stagioni automobilistiche ed evolutive, venne per me il tempo della Autobianchi 112 Abarth, una specie di bolide rosso micro-compresso (e un po’ tamarro) che regalava magnifici sprint al semaforo e altrettanta instabilità in curva. Correvo felice sul Muro Torto – perché a vent’anni della stabilità me ne infischiavo – fin quando la macchina (a cui avevo amorevolmente cambiato il filtro dell’aria sulla Salerno-Reggio, ma senza mai darle un nome di battesimo) cominciò a insolentirmi con capricci meccanici di ogni tipo. I miei ne decretarono l’allontanamento. Arrivò quindi Camilla, alias una Renault 5 Ts, rigorosamente usata, di un elegante tono bordeaux-amaranto.


Con Camilla (anche lei regalo di mio padre) stabilii subito un rapporto più adulto, direi maggiormente consapevole. Vale a dire: la lavavo costantemente, la dotai di foderine coprisedile (perché i sedili avevano un aspetto orrendo), rispettai il suo motore un po’ sonnacchioso e i suoi tempi di marcia. In cambio lei mi rimase fedele per anni, assistette alla mia crescita, alla mia laurea, mi accompagnò nei primi appuntamenti di lavoro, raccolse i miei sorrisi, le delusioni, condivise le gioie della convivenza e le lacrime degli insuccessi. Si prestò ad essere condotta da mani maschili come nei decenni che sono seguiti non ha più fatto nessun’altra, se pur più prestante e più tecnologica della mia cara R5 Ts. Taccio, ovviamente, su altre intimità che ospitò, muta nel suo abitacolo.  

Io la curavo come potevo, nonostante le mie scarse finanze, non le facevo mai mancare un’occhiata all’impianto elettrico (che era di fatto il suo punto debole) e una batteria di ricambio, all’occorrenza. Nel 1985 la portai con me a Milano. Mi ero trasferita da Roma. Ero una giovane collaboratrice de La Repubblica. Con Camilla, e lo stradario accanto sul sedile di guida, nella nebbia fitta dell’inverno lombardo mi persi nell’hinterland dopo un’intervista ad uno dei più famosi comici di Drive In.

Ero nel panico ma, alle 3 del mattino, scoprii che potevo farcela a ritrovare la strada. Nella mia memoria (fantastica) Camilla si destreggiò come un vero cavallo di razza, in verità a segnare il mio ritorno verso il centro con la spia della benzina in rosso fisso furono gli abbaglianti di un camion che trasportava ortofrutta al mercato e gentilmente mi scortò.

Renault 5

n quella stagione con la mia R5 ho certo percorso un tratto di strada importante, chilometri di giovinezza. Un frangente durato cinque anni: da Milano l’ho trascinata in una Torino grigia come il ferro, dove le sirene di mamma Fiat “urlavano” per scandire i turni della giornata dei metalmeccanici. Lei, vecchia e malandata francese, si è trovata in una città invasa dalle Uno e dalle Punto italiche di ogni modello e dove ogni negozio di alimentari proponeva una specialità pugliese, calabrese, campana. Camilla soffrì moltissimo il freddo, affiorarono acciacchi di vario tipo: frizione da rifare, freni logori, un problema al semiasse.


Il pellegrinaggio tra meccanici (nessuno torinese!) fu incessante. Il colpo finale glielo diede, però, la neve. Una notte di novembre alla Crocetta rimase sepolta sotto un metro e mezzo di coltre bianca e sebbene riuscì ad emergerne non fu più la stessa. Io e lei tornammo a Milano con le pive nel sacco. Era finita un’altra stagione. Cominciò a non avviarsi, mi mollava al semaforo, sbuffava, consumava olio come acqua da bere. Dovevo decidermi a lasciarla andare. Fece la fine che, una volta, facevano le auto molto usate: allo sfascio. A Roma consegnai le targhe al Pra.  La stagione degli incentivi Fiat era ormai a pieno regime. Ma questa è un’altra storia…  (6/ continua)