(Prima puntata) (Seconda puntata)
Griffith e Jasmine Borgeson riuscirono finalmente ad acquistare la Dilambda da Erich Maria Remarque circa un mese dopo, nell’ottobre del 1963. Il problema era come portarla dal lago Maggiore a Torino, la città dove risiedevano e dove avrebbero trovato tutti gli specialisti in grado di effettuare un restauro a regola d’arte. Più di 200 km di provinciali tortuose (“Ah, le cattive strade italiane…” come scriveva Pasolini) e con un’auto fuori esercizio e poco maneggevole, non proprio una passeggiata.

La Dilambda negli ultimi 14 anni era stata utilizzata una sola volta, nel 1958, per il loro viaggio di nozze a Venezia, e per tutto il resto del tempo era rimasta a languire in garage. Si trattava di rimetterla in condizioni di marcia, cosa che richiese diverse settimane di spostamenti avanti e indietro tra le due località. Tutto sembrava procedere quando, facendo leva sulla corona dentata del volano per muovere l’albero motore, si spezzò maldestramente uno dei bilancieri. Le incrostazioni avevano bloccato la quasi tutti gli steli delle valvole nelle rispettive guide.
A quel punto, smontata la testata, Borgeson decise di lasciarla sulla via del ritorno sul lungolago a quel meccanico/garagista, il signor Tale, di cui era diventato amico perché sbloccasse le valvole in attesa del nuovo bilanciere.

Lo trovò in Inghilterra presso l’amico fraterno Ronald Barker – editore e direttore anche lui di pregevoli testate automobilistiche – che nella rimessa delle sue Napier e Lancia Astura e Dilambda, aveva stoccato una quantità immensa di ricambi. Arrivò il bilanciere per posta prioritaria e Borgeson riattraversò il confine svizzero passando prima da Tale per ritirare la testata revisionata. Fissò quest’ultima al basamento serrandola alla coppia prescritta e, facendosi trainare per qualche decina di metri da una Land Rover, riuscì finalmente ad avviare il possente V8 da quattro litri. Non restava che rimettersi in viaggio per Torino, con Griffith al volante della Dilamba e Jasmine sulla Fiat 600 che seguiva per controllare che tutto andasse per il verso.

Arrivati al confine ebbero qualche difficoltà perché l’auto era stata re-immatricolata in Svizzera nel 1948 da Remarque (quando l’aveva recuperata dal sequestro da parte della Wehrmacht), ma Borgeson aveva preferito registrarla negli Stati Uniti per non doverci pagare sopra un’infinità di tasse, cosa non completamente regolare. Furono fortunati perché i funzionari della dogana conoscevano l’auto e – scambiandoli per Remarque e la Goddard in incognito – li fecero passare senza troppo sottilizzare.

Il bello però doveva ancora venire. Arrivato a Stresa col buio, dopo aver percorso due terzi della lunghezza del lago, Borgeson si accorse che il motore della Dilambda perdeva colpi e girava con meno cilindri: gli steli delle valvole ricominciavano a bloccarsi nelle loro sedi. Accostò sotto un lampione alla periferia della cittadina per verificare la natura del guasto e rendersi ben visibile a Jasmine quando fosse passata. Ma Jasmine non arrivava e Griffith cominciò a preoccuparsi: non era raro che su quelle strade qualcuno finisse nel lago. Raggiunse a piedi il centro di Stresa, trovò un vigile, gli chiese indicazioni per la stazione di polizia.

Il comandante di servizio lo accolse con diffidenza. Inforcata carta e penna cominciò diligentemente a prendere appunti. Uno scrittore americano, molto nervoso, e la consorte, residenti a Torino, viaggiano su auto separate. Si perdono di vista, forse è successo qualcosa. Che macchina guida l’americano? Una Dilambda del 1932 con targa Usa… Sospettando di trovarsi davanti a un contrabbandiere di valuta, il comandante ordinò ai suoi di requisire l’auto per ispezionarla da cima a fondo. Proprio in quel momento, agitatissima, arrivò Jasmine in lacrime e tutto finalmente fu chiarito.
Ripresero il viaggio nel cuore della notte. Borgeson rimise in moto la Lancia e, con tre cilindri su otto, raggiunse il meccanico Tale che aveva fatto i primi lavori. Lo tirò giù dal letto; questi promise di risolvere il problema l’indomani, appena riaperta l’officina. Esausti i Borgeson sprofondarono nel sonno nel primo albergo che capitò sottomano. La mattina, di buon’ora, trovarono il meccanico che stava dando grandi colpi di mazza sui bilancieri: “Per schiodare le valvole… così si adattano meglio alle sedi e tutto fila liscio come l’olio!” Gli strapparono via di mano la povera Dilambda martoriata e, sempre a tre cilindri, ripresero il viaggio per raggiungere Torino e la salvezza.

A Torino fu nuovamente smontata la testata e si scoprì che il meccanico Tale, fin dalla prima volta, aveva rimosso gli alberi dei bilancieri e preso a mazzate gli steli delle valvole col risultato di deformarli del tutto anziché raddrizzarli. Si dovette realizzane un set nuovo e rettificare le sedi per adattarli. Barker arrivò personalmente da Londra con una nuova guarnizione in rame della testata, opportunamente celata tra camicie e biancheria pulita.
Furono in molti a contribuire al restauro: tra essi Carlo Abarth, che realizzò una copia del doppio impianto di scarico, e il preparatore Virgilio Conrero che curò la messa a punto finale del motore (qualche fonte indica invece Almo Bosato, ma Borgeson scrive Conrero). Restava da completare il restauro della carrozzeria dato che la vernice era completamente opacizzata. Anche le cromature erano da placcare e la struttura in legno del bagagliaio e della portiera sinistra era marcita Quest’ultima parte dei lavori fu affidata alla Carrozzeria Savio, che accettò la commessa purché potesse svolgerla senza fretta e nei ritagli di tempo. Fu deciso di sostituire il grigio originale (Remarque chiamava scherzosamente la Lambda “il mio puma grigio”) con un colore beige per carrozzeria, capote e baule, e una tonalità color cuoio per parafanghi, le fasce laterali delle pedane e la cornice del radiatore. Il risultato fu entusiasmante.

Restava da ripristinare la capote. Borgeson esaminò le scorte di tessuto impermeabile della Savio ma tutto era di colore nero, come ormai invalso nel continente. Un amico di Borgeson, dirigente presso una grande casa automobilistica francese, scovò alcuni metri di tessuto gommato della tinta corretta, dimenticati in uno dei magazzini dell’azienda. Poiché non esisteva una procedura per cedere al pubblico tali rimanenze, prese semplicemente il tessuto con sé, lo portò al Salone di Francoforte e lo consegnò a un amico comune, un celebre carrozziere torinese. Questi lo trasportò clandestinamente in patria nel bagagliaio di un’auto da esposizione e lo consegnò gentilmente alla Savio. Per un equivoco però la carrozzeria montò il tessuto con il lato beige all’interno e il nero verso l’esterno, vanificando tutta l’appassionata ricerca.Griffith e Jasmine la presero con filosofia. Era il 1967 e la Dilamba era finalmente terminata.

Tuttavia i Borgeson non se la godettero. Avevano lasciato Torino per stabilirsi in Provenza, in una deliziosa bastide raggiungibile attraverso strade tortuose e strettissime, impossibili da governare con la mastodontica Dilambda: “percorribili – come scrisse Griffith – solo dalle piccole utilitarie francesi.” Non ci sarebbe stato modo di utilizzarla degnamente. Piuttosto che riposizionarla inattiva sui cavalletti e congelarla come un’opera d’arte da collezione, preferirono rivenderla e rimpiangerla per il resto della loro vita. (3- Fine)

