Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Auto-distruzione dell’Europa. Ci vorrebbe un’idea

Manca il colpo di genio. La provocazione che fa la differenza. Forse anche per questo l’Europa dell’auto sta sprofondando nell’anonimato. E non è solo una questione di numeri che comunque stanno ricominciando a salire (a giugno le vendite sono salite del 13,1 per cento, cifra che porta il consuntivo del semestre a 7.232.066 auto immatricolate con una crescita del 6,1 per cento). Non è nemmeno solo colpa dell’invasione cinese (sempre a giugno la loro quota di mercato nel vecchio continente è arrivata al 12 per cento) e del dominio assoluto nell’elettrico che l’Europa (votata al suicidio industriale) sta imponendo per legge.

Tutto questo conta. Certifica in qualche modo il declino dell’Europa dell’auto, complice la crisi della corazzata Germania e il crollo produttivo di molti stabilimenti. Ma quello che manca dalle nostre parti è il coraggio di proporre modelli rivoluzionari che non siano la copia sbiadita del passato. Sembra che non sia più la Cina la copiona del pianeta ma l’industria europea dell’auto che non fa altro che riproporre modelli, “rivisti e corretti” e quasi sempre elettrici, che un tempo hanno fatto la storia.

Citroën 2CV, versione Sahara bimotore 4×4

Mancano modelli davvero nuovi. Manca una Renault 4 che nel 1961 ha riscritto la storia delle utilitarie, icona di stile e libertà. Soprattutto della vera mobilità accessibile. Forma squadrata, adatta per il carico delle merci ma anche da usare in città e per viaggiare.  

Manca una Citroën 2CV (uscita nel 1948 ma i primi prototipi erano addirittura del 1937) nata con un obiettivo rivoluzionario: trasportare due contadini, un barile di vino e 50 kg di patate attraverso un campo arato a 60 km/h senza rompere un solo uovo e percorrere 100 chilometri con tre litri di benzina. Cinque milioni di esemplari prodotti fino al 1990 danno la misura del successo.

La versione Taxi della Fiat 600 Multipla

Manca l’idea di una Fiat 600 Multipla che in anticipo (forse troppo) con i tempi ha inventato la monovolume e poi la versione degli anni Duemila che in 4 metri di lunghezza ha messo sei persone dentro (tre davanti e tre dietro). Manca la genialità di una Volkswagen Golf che è diventata il simbolo della nuova grandezza tedesca prendendosi il posto del Maggiolino, due modelli che per lungo tempo sono stati i più venduti di sempre. Manca l’intuizione tutta europea del Suv di lusso nato alla fine del secolo scorso con la Bmw X5. Manca la sfida di una rivoluzionaria fuoristrada come la Range Rover (1970) o la genialità di una Porsche 911, la supercar con cui si poteva andare al concerto e in pista.

Volkswagen Golf GTI prima serie

Manca una Mini come quella progettata da sia Alec Issigonis che, benché copiata in tutte le salse o riproposta in modo irriconoscibile, resta per prestazioni, spazio interno, maneggevolezza e comodità cittadina, una delle più indovinate utilitarie del secolo scorso.

Morris Mini Minor

Insomma, manca il coraggio di osare, uscire dagli schemi. L’Europa dell’auto sembra abbia deciso di rinunciare alle idee e alle sfide per inseguire a piccoli passi la sopravvivenza. È questa l’Europa che vogliamo?