Tinto Brass ci ha lasciato e mancherà al cinema italiano una figura ribalda e iconoclasta come la sua, indifferente alle mode, impermeabile alle ideologie, tutta presa dalla passione per il cinema e dalle gioie elementari e infantili nelle quali sapeva precipitarci come in una fastosa innocente regressione. E pazienza per i moralisti, ai quali la sua libertà e irriverenza non sono mai andate giù.

Nato a Milano ma veneziano fino al midollo, nato in una famiglia di artisti (il nonno Italico, valente pittore) e collezionisti d’arte (il padre Alessandro, celebre principe del foro) ebbe una formazione indisciplinata e aperta alle suggestioni figurative e letterarie prima di approdare al cinema. Dove il suo esordio fu salutato come esplosione di un talento pirotecnico e anarchico, salvo poi deludere (i critici, non certo il pubblico) per la piega erotica presa successivamente e diventata sua caratteristica. Era un bel tipo, spiritoso e brillantissimo. Negli anni Novanta lo potevi incontrare di domenica a Porta Portese per contrattare come un mercante della Serenissima coi fuorusciti russi l’acquisto dei Partagas, i sigari preferiti. Era un bon vivant e non a caso la prima moglie Carla Cipriani (da tutti chiamata Tinta) era figlia dell’inventore dell’Harry’s Bar e della Locanda di Torcello, luogo che ricorda l’episodio ambientato nel delta del Po di Paisà, il film del suo adorato maestro Roberto Rossellini (un altro fu Michelangelo Antonioni, un altro ancora l’olandese Joris Ivens) che mai si scandalizzò per i suoi film scollacciati. Alla sua seconda moglie Caterina Varzi va tutta la nostra riconoscenza per averlo salvaguardato con amore dopo l’ictus che lo colpì nel 2010. Con lei scrisse la sua divertente autobiografia Una passione libera uscita nel 2011.

Come tutti i veneziani avrà avuto il patentino nautico invece del permis de conduire e avrà preferito sfrecciare nei canali in qualche motoscafo o topa (la barca a fondo piatto e poppa a specchio che serve in laguna per i piccoli trasporti) piuttosto che imbottigliarsi nel traffico di Roma o qualsiasi altra città dove l’acqua sia costretta nell’alveo di un fiume. Dunque come giustificare il suo ricordo in questo sito? Viene in mente solo la civetteria di targare col monogramma TB (Tinto Brass) tutte le auto che appaiono nel film Snack Bar Budapest, girato nel 1988 e tratto la romanzo omonimo di Marco Lodoli e Silvia Bre. Interpreti: Giancarlo Giannini, Philippe Léotard, Giorgio Tirabassi, Carlo Monni e una pletora di splendide attrici il cui elenco sarebbe lungo come quello del telefono. E se anche questo non bastasse, pazienza, accetteremo la riprovazione.

