A ogni cosa, a ogni azione, il suo nome. Un compito che solo il Divino nel libro della Genesi poteva assumere. La luce, il cielo, la terra e, di seguito, il ventaglio infinito delle varietà che discendono dalla creazione. Le cose nascono per il potere immaginifico dell’intelligenza, ma senza la capacità di definirle, di nominarle una volta per tutte, varrebbe gettarle nel caos e buonanotte ai suonatori.
In quella fossa numinosa che è la coscienza, dove a pagamento gli psicoterapeuti strecciano – almeno ci provano – la matassa del disordine che duole, là dico, la guarigione arride se verranno individuati e detti e riconosciuti i nomi.
E così Isidoro di Siviglia nell’erudizione fantasiosa delle Etimologie, spalancate sul passato per celebrare ipotesi e movenze delle radici dei nomi, fino a José Saramago di Tutti i nomi e Don DeLillo de I nomi, crocevia letterari del dove e come possano spingersi i nomi per dire dicibile e indicibile.

A bruciapelo, se chiedessimo al Divino che nome darebbe a un oggetto semovente sospeso su quattro ruote, risponderebbe Volvo. Questo nome, tanto per rendere l’efficacia essenziale e assoluta, è paragonabile all’hole in one del golf. Colpisci la pallina e vai in buca con un colpo solo. Nessuna gradualità, solo un atto di intuizione pura, una bellissima rotazione del bastone, una parabola perfetta e palla in buca. Il Divino non pensa per mediazioni, ciò che pensa è ed esiste immediatamente per il solo fatto di pensarlo. Girano i cuscinetti, girano le ruote, l’auto va, ergo ti battezzo Volvo. Andrai in giro per il mondo e questo sarà il tuo nome per sempre.

Gli svedesi che misero su la fabbrica di autocarri e automobili e cuscinetti a sfera nel 1927 non cercarono nelle lingue germaniche. Volvo è l’indicativo presente del verbo latino volvěre: volgere, girare, rotolare. Le sfere celesti, la Terra, la vita, l’amore, esistono in ragione di una dynamis che li spinge a muoversi in modo circolare. Il paradosso sta nel fatto che credi di andare in linea retta ma solo perché le ruote girano. Non sei un treno che corre sul binario, però anche le ruote del treno girano.

Questo è un verbo che fa tremare i polsi. In spagnolo Volvo si traduce Vuelvo da volver. Un verbo omerico, per quella tensione nostalgica a ritornare nella propria terra. Fernando Solanas nel suo film Sur, premiato a Cannes nel 1988, compose le parole di Vuelvo al sur, il tango illuminato dalla musica di Astor Piazzolla ed entrato nel repertorio dei grandi interpreti, primo tra tutti Caetano Veloso.

Oggi la Volvo è di proprietà del gruppo cinese Geely. Non hanno provato a tradurre il nome in mandarino. I cinesi la sanno lunga e i nomi non li toccano. Toccano il resto.


