Mi permetto di intervenire su alcuni temi sollevati da Marco Tullio Giordana nel suo bell’articolo “Perché le auto assomigliano sempre più a piccoli carri armati?”, uscito su Car and Friends.
Nel passaggio tra gli Anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, venimmo invasi dai cartoni animati giapponesi popolati da personaggi/eroi dai poteri straordinari, capaci di sfidare la legge di gravità, rotti a ogni possibile urto. Un colossale lavaggio di teste inondò bambini e adolescenti di quella generazione. Così l’industria del giocattolo, almeno la parte indifferente a ogni dottrina pedagogica, occupò militarmente il tempo del gioco dei ragazzini di tutto il mondo con un esercito di Transformer.

A casa mia non si salvarono lumi, uccelli di Lalique, porcellane di Boemia e le tazzine superstiti dell’arredo della nonna. Automobiline dalle forme avveniristiche, a spigoli vivi e ruote a fil di carrozzeria, sotto velocissime manine, si trasformavano in tozzi eroi dalla spada sguainata destinati a giustiziare questo mondo votato al male. Guerrieri, carri, torri di guardia, auto alate, insomma un repertorio che occupava more militari la fantasia dei nostri figli.
Non pupazzetti antropomorfi, ma robot. Questa parola di origine slava, una parola umile e degna di rispetto che significava lavoratore, operaio, sotto la sferza di una comunicazione grossolana e male intenzionata, si trasformò in ciò che mai e poi mai avrebbe dovuto diventare. L’uomo macchina e/o la macchina fatta uomo. Mi stupì che anche una delle grandi organizzazioni sindacali definisse il docente italiano Shkol’nyye rabotniki, Lavoratore della scuola, mimando malauguratamente un termine della nomenclatura leninista. Ma tant’è. Un modello violento e spicciativo si introduceva nella facoltà immaginativa dei bambini, ma di grande forza seduttiva. Mettere a ferro e fuoco quanto di creativo è a disposizione in quella fase della loro crescita.

Che quella tempesta invadesse anche il modo degli adulti, resto fermamente convinto. Le propaggini dei giochi tipici dei ragazzini lambiscono e catturano quanto rimane sopito e neppure in modo marginale dentro l’evoluzione culturale dei processi mentali successivi, soprattutto in relazione ai caratteri dell’aggressività e del fascino che esercita il mondo alieno. Mi trasformo e ti faccio vedere chi sono, meglio ancora se la pelle diventa una corazza e dagli avambracci sputo ogive come un bazooka. Anche l’Aston Martin di James Bond potrebbe essere ascritta a questo scenario.

Agli inizi degli Anni Novanta, lungo questo crinale, si materializzò sulle catene di montaggio un autoveicolo militare, l’Hummer prodotto dalla General Motors a partire dal 1992, un Suv dalle dimensioni enormi, 6500 cc, dal peso di quasi 3 tonnellate e mezzo e con un serbatoio di 195 litri, commercializzato successivamente per uso civile. Il bambino che aveva giocato con i Transformer qualche anno prima, divenuto un possidente prepotente e tamarro, metteva su strada il mito infantile per continuare l’opera di demolizione.

In questo caso la metamorfosi, intesa come cambiamento ed evoluzione, si era inceppata nel suo meccanismo. Un giradischi scassato che percorre sempre lo stesso solco. Le automobili che illustrano il pezzo di Giordana, la Tesla Cybertruck, la Dartz Prombon, altro non sono che una riproposizione tecnologicamente avanzatissima dei Transformer Anni Ottanta.
Reale e fantastico hanno generato mostri. Succede. Solo Kunt, il marziano di Ennio Flaiano, atterrato a Roma con la sua astronave, dopo qualche tempo non se lo filò più nessuno.
