La piccola elettrica francese è stata presentata come l’auto destinata a rivoluzionare (parola fin troppo abusata) il mercato delle citycar elettriche. E’ davvero così? Dallo scenario ai prezzi, ecco i nostri punti di vista
Arriva la nuova Renault Twingo, viva la Twingo. Proprio così, visto che la piccola elettrica francese, a leggere le prime recensioni sui siti specializzati e non, sembrerebbe destinata a rivoluzionare (parola fin troppo abusata) il mercato delle citycar elettriche. Andiamoci piano, però. Soprattutto, ricapitoliamo i fatti con ordine.

La terza Renault più attesa, dopo la recente resurrezione a corrente alternata delle indimenticabili R5 e R4 (in attesa di riconsacrazione) è proprio la Twingo (appena 3 metri e 79 di lunghezza). Quella che nel lontanissimo 1993 ha indubbiamente cambiato l’idea della mobilità cittadina. Anche soltanto con il nome, originale e geniale fusione di “Swing, Twist, Tango”. Piccola monovolume, linee tondeggianti, interni colorati e semplici. Solo la prima serie (1993-2007) ha venduto 2,5 milioni di pezzi.

Ma oggi arriva la nuova che assomiglia come una goccia a quella di oltre 30 anni fa. Si chiama allo stesso modo e l’unica vera differenza è che si tratta di un modello completamente elettrico. Costa “solo” 20 mila euro che dovrebbe essere un prezzo basso, anzi tra i più bassi del catalogo delle esose “tutte elettriche” (qualcuno dice che sia un record per l’Europa…). Insomma, è fabbricata in Europa (Nove Mesto in Slovenia) ma costa come una cinese anche perché proprio nel Pese del grande Dragone è stata industrializzata. E qui, la scelta è tutta da apprezzare. La spiega efficacemente il direttore tecnico del gruppo, Philippe Brunet: “Con questo modello abbiamo ridotto del 16% i tempi di pianificazione, del 41% quelli di design e progettazione e del 26% quelli di industrializzazione. Ed è anche per questo che siamo riusciti a restare entro i 20 mila euro”.
Il confronto

Scelte industriali a parte, piace quel che piace. Piacerà anche stavolta? Certo, è davvero simile all’originale e trovare altre “genialità” non è proprio facile. A parte la scelta elettrica che però, al momento non è proprio l’ideale. Qualche dettaglio divertente c’è come i fari posteriori a forma di orecchie di gatto ma trovarne altri richiede molta attenzione. Anche se ce ne saranno sicuramente.
Ci sono certamente interni divertenti con i sedili scorrevoli, un bagagliaio da 360 litri che arriva a mille. C’è una bella plancia digitale con display da 10 pollici, diverse tasche portaoggetti ma non quei “tasconi” utilissimi come sull’originale.
Il motore e l’autonomia
Il motore elettrico è da 60 kW alimentato da una batteria litio ferro fosfato da 27,5 kWh. L’autonomia? Quella dichiarata è di 260 chilometri che di solito è più alta di quella reale. Non proprio da sbandierare come punto di forza ma per l’uso cittadino potrebbe anche essere sufficiente… Vedremo. Vedremo anche se tutto questo basterà a farle ottenere almeno una parte di quel successo che si è presa con la forza delle idee e dello stile la sua antenata “Twingo, atto primo”.

E così la Renault Twingo è tornata. Elettrica. Non era previsto dopo l’ultima generazione, una specie di tradimento rispetto alla gloriosa prima, lasciata sul mercato per quasi 15 anni. Poi è arrivato Luca de Meo con le sue intuizioni di marketing e ha deciso: rifacciamola tale e quale all’originale. E così è stato, almeno nello stile, sviluppata a tempi record e a costi minori servendosi di un partner cinese. Qualcuno l’ha definita rivoluzionaria, aggettivo che va per la maggiore in una certa narrazione automobilistica, ma è esagerato. Che provi a fare la rivoluzione la nuova Twingo, e poi semmai la incenseremo. Essendoci cinesi di mezzo, meglio ricordare cautamente anche Mao: “La rivoluzione non è un pranzo di gala”.
Mi scaldo sull’aggettivo rivoluzionario e allora per me rivoluzionaria è stata la prima Renault Twingo del 1992. Monovolume di 343 centimetri di lunghezza (oggi diremmo: una kei car, se non una E-car), spazio da limousine per quattro persone, due porte più portellone, colorata tant’è che il bianco, il nero e il grigio non erano disponibili. Fu presentata come erede della Renault 4. Dunque spartana, niente servosterzo e niente alzacristalli elettrici, salvo rischiare di rimanere invenduta e allora guadagnare in corsa accessori e mollezze cui ormai eravamo abituati anche sulle piccole.

“E’ un’auto su cui sono stato seduto per pochi minuti a fianco di Dio”, mi disse vent’anni dopo Yves Dubreil, capo ingegnere di quella prima Twingo, ricordando di averne portata una rossa nel cortile dell’Eliseo l’1 marzo 1993 per presentarla al presidente francese. “Dio” in persona era François Mitterrand. Renault ci mise ben 17 anni a trovare l’erede della 4 e chiamarla alla fine Twingo. Prima di lei, ci furono maquette e disegni firmati (e messi da parte) di Robert Opron, Jean Pierre Ploué, Marcello Gandini, perfino uno chiamato Neutral e studiato dai lavoratori della Régie e dal suo sindacato maggioritario comunista, la Cgt.

Ci vorrà la matita di Patrick le Quément e il coraggio del presidente Raymond Lévy perché Twingo nascesse come l’abbiamo conosciuta. Un giorno del 2009, il designer francese ormai in pensione mi raccontò con queste parole le tribolazioni finali fra due progetti. “Allora non c’era internet e a Lévy mandai un biglietto in cui scrivo: lei è al corrente del test, le chiedo di scegliere fra un design istintivo piuttosto che un marketing estintivo! Lévy mi rispose: sono d’accordo con lei”.


E quando Lévy lasciò all’inizio del 1992, sulla Twingo il successore Louis Schweitzer “moltiplicò gli investimenti”, mi disse nella stessa occasione le Quément. Altro onore a Schweitzer, scomparso nei giorni scorsi, l’uomo che ha fatto davvero grande Renault. Se volete saperne di più sul manager, qui una intervista a Gian Luca Pellegrini di Quattroruote due anni fa e qui un obituary di Luca Ciferri su Automotive News Europe) (vabbè, combine interista)



