Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

La Plymouth pluriomicida: Christine la macchina infernale.

Ricorderete tutti Christine, la macchina infernale, il film del 1983 diretto da John Carpenter tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King (il titolo originale di entrambe le opere è Christine) uscito nello stesso anno.

È forse il primo film – a parte il fiorire nel cinema muto delle origini di pellicole in cui gli autoveicoli vivevano come nei cartoni animati di vita propria e ne combinavano di ogni genere – in cui l’oggetto più idolatrato della civiltà dei consumi si trasforma in una creatura dotata di intelligenza e istinto criminale combinati in un organismo autonomo, sfuggito al controllo umano e virtualmente eterno dato che è in grado di autorigenerarsi come nella migliore fantascienza.

È in altre parole l’antenata sotto forme automobilistiche del cervellone HAL 9000 che in 2001 Odissea nello spazio, il capolavoro di Stanley Kubrick del 1968 che ha sconvolto le regole della science-fiction almeno al cinema, una pietra emiliana come avrebbe detto il produttore Peppino Amato (celebre per i suoi strafalcioni ma abbastanza visionario e geniale da produrre La Dolce Vita). HAL è composto dalle lettere precedenti all’acronimo IBM ed è chiaro l’intento di Kubrick di far suonare l’allarme per la possibilità che una qualche forma di intelligenza artificiale possa sfuggire di mano e minacciare il futuro della nostra irresponsabile specie.

Cinquant’anni fa poteva sembrare un’ipotesi remota a noi comuni mortali, ma non per gli scrittori di fantascienza che da H.G. Wells ad Aleksandr Romanovič Beljaev, da Isaac Asimov a Philip Dick – per non dire di tutti gli altri – non hanno fatto che vaticinare questa eventualità di un mondo governato dall’autocrazia delle macchine e metterci in guardia. Il mondo, come si vede purtroppo ormai quotidianamente, ha invece riso loro in faccia tirando dritto verso l’abisso.

Il modello Fury della Plymouth (una marca del gruppo Chrysler) era nato nel 1956 come versione speciale della Belvedere e fu prodotta in sei serie fino verso la fine del 1959. Venne ripresa nel 1962 e terminò il suo servizio nel 1978. La Fury scelta da John Carpenter per il film fu il model year 1958, irto di pinnacoli e smagliante di cromature che all’epoca fissarono un nuovo magniloquente standard per le auto americane, che peraltro mai avevano fatto di sobrietà e anonimato le loro virtù.

Battezzata Christine dal vecchio agricoltore che la conservava, una volta divenuta proprietà del timido Dennis, uno sciagurato studentello vittima, diremmo oggi, di bullismo, si incaricherà di vendicarlo delle angherie dei suoi persecutori. Già prima di questa missione Christine si era segnalata per disavventure e morti atroci di possessori e passeggeri, ma evidentemente per Dennis deve nutrire un debole visto che lo maltratta ma lo risparmia. Per sapere come va a finire consiglio di rintracciare il film sulle piattaforme dove ormai si può vedere di tutto, perfino i capolavori, a saperli cercare in mezzo a tanta fuffa convenzionale, ripetitiva e infantile.

Durante la preparazione del film la produzione si rese conto che sarebbe stato difficile avere a disposizione tutte le Fury necessarie data la rarità e il prezzo delle poche 1958 ancora in circolazione. La Plymouth fornì gratuitamente ben 23 automobili utilizzando svariati modelli delle più ordinarie Belvedere Savoy con opportune modifiche che le rendessero copie perfette della Fury. A complicare le cose ci si mise anche il regista che voleva la rarissima versione a due porte benché nel romanzo di Stephen King venissero più volte citati gli sportelli posteriori.

Il marchio Plymouth non venne però citato nei titoli di testa né nei dialoghi, forse per le leggi americane sulla pubblicità delle automobili allora severamente regolamentata. Tutti gli appassionati comunque sanno di che si tratta ed esultano in cuor loro tranne nelle scene in cui viene distrutta per poi risorgere come l’Araba Fenice.