Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Quando l’auto ci fece scoprire gli antichi borghi medievali

Prima c’era la gita ai Castelli: «Lo vedi, là c’è Marino, la sagra c’è dell’uva», cantava nel 1926 Ettore Petrolini, su testo di Franco Silvestri, precorrendo un turismo gastronomico che allora si reggeva sui tramvetti della Stefer, la compagnia di trasporto pubblico della provincia di Roma. I suoi mezzi su rotaia a due piani collegavano la capitale con Valle Oscura e Velletri e si ramificavano verso Grottaferrata, Albano, Frascati, Lanuvio. Certo, d’estate per i Romani c’era pur sempre Ostia, dal 1924 ben collegata dalle littorine in partenza da Porta San Paolo. Ma non è sempre estate e, comunque, per gli stessi Romani, la gita fuori porta è una cosa e i bagni a mare ne sono un’altra.

bivio di Grottaferrata, tram Stefer a due piani

Ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso, chi non voleva (o non poteva) spingersi così lontano era costretto ad arrivare con la tranvia urbana in una periferia agreste costellata di osterie, che vendevano il vino in tubi (un litro) o fojette (mezzo litro), per accompagnare il cibo che i clienti si portavano da casa. I nomi dei luoghi indicano oggi vere e proprie città: personalmente ricordo la Parrocchietta al Casaletto, meta obbligata delle mie Pasquette di ragazzo monteverdino, ma ce n’erano al Prenestino (capolinea del tram 13, in partenza da Monteverde), a Primavalle, oltre il Trionfale, a Montesacro, al Tuscolano, a Tor di Quinto (che oggi è corso di Francia). Ogni meta era buona, purché fosse raggiungibile con un tram: nel 1929 l’ATAC raggiunse il record di 59 linee in esercizio che resse fino agli anni Cinquanta quando i mezzi su binario furono gradualmente sostituiti prima dai filobus poi dagli autobus.

filobus Stefer ( Società delle Tramvie E Ferrovie Elettriche di Roma )

Il fatto è che di automobili private nel 1926 ce n’erano 104.882 in tutta Italia e fino alla guerra aumentarono molto lentamente, arrivando a 290.225 (1939). Per andare «fuori porta» non c’erano che i mezzi pubblici. Ed erano loro a indirizzare i romani in quelli che ancora non si chiamavano week end, anche perché il sabato, se non c’era da lavorare, c’era la scuola dei figli e i fine settimana si limitavano alla giornata di domenica. Le case di proprietà al mare o in campagna si contavano sulla punta delle dita (semmai c’era la casa di origine della famiglia, «al paese»): l’unico modo possibile per cambiare aria per qualche ora era, appunto, la gita «fuori porta», anche se spesso si traduceva solo in uno spostamento in periferia.

Velletri, piazza Garibaldi, fermata Stefer

Poi arrivò l’automobile. Negli anni Cinquanta le autovetture private in circolazione aumentarono da 342.021 (1950) a 1.976.188 (1960), per schizzare nel decennio successivo a 10.181.192 (1970). E i romani andarono, quasi naturalmente, alla scoperta dei dintorni della loro città. Naturalmente il fenomeno riguardò tutta Italia, ma Roma, collocata al centro della Storia, fornì ai vacanzieri della domenica più di altri grandi centri urbani un genere di meta che diventò rapidamente un must: l’antico borgo medievale.

Calcata
Orvieto

Così i romani scoprirono Civita di Bagnoregio, nella Tuscia laziale, il paese abbandonato, raggiungibile solo a piedi, attraversando un ponte in cemento che sembra sospeso nel vuoto; Ceri, il villaggio etrusco su uno sperone di tufo; Pienza, il borgo neoclassico nel senese, voluto da papa Pio II per creare la «città ideale»; Calcata con le cascate del Monte Gelato, a un’ora di macchina dalla Capitale; Bomarzo, a poca distanza dal casello autostradale di Orte, con l’originale parco dei Mostri.

Bomarzo, parco dei Mostri

Perché la direttrice non la segnavano più i trenini locali, ma l’Autostrada del Sole (1964): Lazio, Umbria, Toscana fornirono mete a profusione, indirizzando masse di automobili verso paesini accoccolati in cima a uno sperone di roccia, la cui posizione, difficilmente accessibile, aveva resistito per secoli a barbari e vicini in armi, ma cedette di schianto davanti ai turisti della domenica. Bastava avere le rovine di una cinta muraria, una torre e una chiesa, per potersi autoaffibbiare la patente di “antico borgo medievale”, aprire trattorie spesso in case private (due tavoli davanti al camino), vendere cibi locali, offrire l’artigianato di zona. Quasi tutti uguali. Ma tutti trasformati po’ alla volta da scoperte culturali in mete turistiche. Ancora negli anni Ottanta, qualche amico un po’ in ritardo sulla tabella di marcia si presentava annunciando di avere scoperto un antico borgo medievale. «Dove?». «Vicino Terni». «Ripassa quando ne scopri uno nell’Ohio».

Autostrada del Sole

Oggi, invece, quegli antichi borghi medievali che le prime automobili ci avevano fatto scoprire, facendoci aprire gli occhi increduli e avidi su un mondo che ci aveva preceduto, ma che sentivamo nostro, sono diventati un prodotto metaculturale da vendere agli stranieri. Circondati da mega-parcheggi per pullman o da insediamenti (anche questi tutti uguali) di seconde case aggrappate intorno alle mura, sono occupati quasi militarmente da bar, pizzerie, paninerie, trattorie che servono indistintamente – nel Lazio come in Emilia – cotolette alla bolognese o spaghetti alla carbonara. E non ci meraviglia più di tanto se un negozio di prodotti locali a Montemerano, in piena Maremma, esibisce e propone con cartelli colorati «il limoncello di Amalfi».

Il contributo culturale dell’automobile – che cinquant’anni fa – ci aveva portato fuori dalle città dove vivevamo, per mostrarci la nostra Storia, ha ormai esaurito la sua spinta. Oggi non ci sono più gli antichi borghi medievali da scoprire in macchina, ci sono i nuovi borghi medievali da raggiungere in pullman. E a vederli ci vengono perfino dall’Ohio.