Per circa una ventina di minuti, quella mattina del 4 ottobre 2022 – quasi due mesi dopo la morte di Claes Oldenburg (1929 – 18 luglio 2022) sono rimasto a braccia conserte davanti a Profile Airflow 1969 in una delle sale del MoMA a New York. Eccola la Chrysler Airflow 1937, l’automobile progettata nella galleria del vento agli inizi degli Anni Trenta dell’altro secolo.

Nella didascalia a lato dell’opera d’arte un’indicazione essenziale per comprendere senso e portata del rilievo in poliuretano stampato su litografia. “Di colore pulito, trasparente come una piscina, ma di consistenza simile alla carne”. Di carne appunto, come le natiche sui sedili, le mani sul volante, gli occhi su ogni skyline che oltre il parabrezza producono e riproducono l’esperienza dell’andare.


Oldenburg, uno dei Maestri della Pop art americana, nel 1964 aveva aperto a New York in Green Street un negozio dove vendeva riproduzioni in plastica colorata di cibi e oggetti di uso quotidiano. In questo caso, la Chrysler Airflow, fatta di vento e di una prodigiosa linea filante, ascende a imago di una bellezza che spacca ogni destinazione iterativa, fosse anche il celebre Hamburger gigante, l’oggetto che maggiormente significa la storia materialistica delle trippe globali del nostro tempo, eccedenza della gola e del vizio mortifero che si porta dentro.

Qui ci misuriamo invece con il flusso d’aria solidificato in una carrozzeria, con i fanali incorporati nell’elegantissimo frontale, con un otto cilindri di oltre 5000 cc fatto per spingere un veliero motorizzato nella stiva.
Di frequente, negli arredi di abitazioni e sale riunioni, possiamo rinvenire al più riproduzioni di imbarcazioni e velivoli, ma difficilmente traslazioni di un sogno. Infatti, bisogna recarsi fin dentro un Museo di arte contemporanea per vederne uno.