
«Mi pare che il soggetto sia stato scritto da Mauricio de la Serna e José Revueltas, e poi Luis Alcoriza e io vi abbiamo collaborato. La trama aveva poche pagine: un tram scompare, accadono diverse avventure e alla fine il tram ritorna al deposito. Sapete che sui trasporti pubblici in Messico è possibile, o era possibile a quei tempi, trovare persone che trasportavano casse di frutta, o tacchini vivi, insomma le cose più incredibili, ed è per questo che mi è venuto in mente che i lavoratori del mattatoio dovessero viaggiare sul tram portando dei quarti di manzo, e le pie vecchine con l’immagine d’un santo». Cosí in una intervista Luis Buñuel parlava del suo capolavoro La illusione viaggia in tranvai [sic] (La ilusión viaja en tranvía, Messico 1953).


Il film, secondo lo sceneggiatore Juan Cobos, «contiene un intero microcosmo pieno di vitalità, una sorta di affresco inondato di movimento. Ci trascina in un paesaggio concreto che, per la sua stessa universalità, riconosciamo bene».


Oltre che sul tram, il grande cineasta nato a Calanda, Teruel, il 22 febbraio 1900, viaggiò spesso e volentieri sulle quattro ruote. Ne Il grande teschio (El gran calavera, Messico 1949), «quando lo spasimante e la sposa si baciano e si scambiano frasi amorose all’interno dell’auto, il suono si sparge per tutta la strada perché avevano lasciato il microfono acceso senza rendersene conto. La situazione viene sdrammatizzata dal tono ironico del regista».


Nel celeberrimo L’âge d’or (Francia 1930), manifesto del movimento surrealista sceneggiato da Buñuel assieme a Salvador Dalí, «il suono gioca un ruolo estremamente importante, aggiungendo sfumature anticonvenzionali e insolite. Gloria e Raúl si ritrovano in una sala da tè. Clacson e rumori del traffico si sentono ininterrottamente durante tutta la scena».


Oltre al famigerato ruolo del rasoiatore oculare in quel capolavoro, Buñuel si deliziò ad apparire anche in altri piccoli camei. Ad esempio, ne La via lattea (La voie lactée, Francia-Italia 1968) il regista recita fuori campo un frammento della Guía de pecadores di Frate Luis de Granada dopo la scena dell’incidente automobilistico, e lo spettatore sente la sua voce provenire dalla radio dell’auto distrutta»
In Lui (Él, Messico 1953), «all’interno dell’auto (molto simile al lettino di uno psicanalista), Gloria, la protagonista, racconta sconvolta al suo ex fidanzato Raúl, i conflitti e le disgrazie della sua vita tramite una serie di flashback».


Nel luglio 1936, allo scoppio della Guerra Civile in Spagna, «Buñuel consegnò la sua automobile al Partito Comunista Spagnolo e partì con la famiglia per Parigi. Lì lavorò per il governo repubblicano. Se non avesse lasciato la Spagna sarebbe stato probabilmente fucilato dai franchisti, come accadde al suo amico Ramón Acín».


Nel 1977 Buñuel «era cosciente che Quell’oscuro oggetto del desiderio (Cet obscur objet du désir, Francia-Spagna) sarebbe stato il suo ultimo film. In una scena fa saltare in aria l’auto del suo produttore, Serge Silberman, con lui alla guida». Questo fatto me l’aveva evocato – sorridendo sornione come il gatto del Cheshire – lo stesso Silberman a un convegno di Cinemazero a Pordenone il 22 febbraio 2000 dedicato all’opera del suo adorato compañero in occasione del centenario della nascita.

Tutte le citazioni di cui sopra sono tratte dal Diccionario Buñuel, di Jordi Xifra e Manuel Fructuoso, pubblicato nell’estate 2025 dalle Prensas de la Universidad de Zaragoza nella «Collección Luis Buñuel – Cine y Vanguardias». 759 pagine di estasi (di un delitto!) per chiunque sia un fan di Buñuel. Specialmente per quelli che, come me e Giorgio Tinazzi – el compañero padovano destinato a diventare un sommo buñuelologo – ebbero la fortuna di applaudire Don Luis in persona nel settembre 1967, nella Sala Grande del Palazzo del Cinema. Subito dopo la fine dell’anteprima mattutina per la stampa di Belle de jour (Bella di giorno, Francia-Italia) che fu accolta da indicibili ovazioni e grida ripetute «Leone d’oro! Leone d’oro!». Giorni dopo, Alberto Moravia e la giuria da lui presieduta glielo assegnarono summa cum laude.

Introdotto sul palcoscenico dall’austero Luigi Chiarini – l’ex-gerarca mussoliniano divenuto direttore for all seasons della Mostra – comparve il già mitico Luis Buñuel. In forma smagliante, fingendosi più sordo di quello che notoriamente era, schivó beato qualunque domanda da parte dei giornalisti sui significati reconditi del suo film. Esilarantissimo, indimenticabilissimo, genialissimo. E pure fortunatissimo. L’unico Maestro del Cinema Universale che, nella sua città d’origine, si è meritato un Centro Ricerche meraviglioso, un Museo iperattivo, un Dizionario onnicomprensivo, una policroma Collana di monografie, la rivista annuale Buñueliana – della cui redazione mi onoro di far parte – e last but not least un sito web continuamente aggiornato che batte, in rigore scientifico y abundancia de delicias, qualunque altro sito cinematografico al mondo. Vi troverete, tra gli altri, Don Tinazzi de la Mancia.




L’AUTORE
Lorenzo Codelli, organizzatore culturale, giornalista, storico e archivista cinematografico, Ha collaborato a numerose pubblicazioni di fama internazionale, tra cui le riviste di cinema Positif, International Film Guide e il volume Dictionnaire du cinéma asiatique e ha curato diverse monografie dedicate a celebri registi italiani. Membro fondatore del Festival Grand Lyon Lumière e consulente del Festival di Cannes, attualmente è Vice-presidente della Cineteca del Friuli di Gemona.