Gadda che era Gadda e perdipiù ingegnere e Maestro dell’analitica esistenziale e hombre vertical come pochi ne nascono in un secolo, il tema del Parcheggio e della sua impossibile soluzione lo avrebbe fatto scorticare a don Ciccio Ingravallo e a Don Gonzalo Pirobutirro, suoi alter ego nel Pasticciaccio e ne La cognizione del dolore.

Grandi specialisti dei retropensieri e cavilli laterali, don Ciccio e don Gonzalo avrebbero messo all’angolo ogni urbanista che si fosse arrischiato a ritenere che fosse possibile contenere il di più nel di meno. Un algoritmo, per quanto elaborato da menti sopraffine e baldanzose, implode di fronte alla crudeltà dello Gnommero del parcheggio.
Ogni giorno milioni di automobilisti nel mondo, cercatori di pepite spaziali dalle dimensioni medie di 12 metri quadrati circa, veri colombari dove infilare per una durata oraria variabile un autoveicolo, generano dentro di sé e nella sommatoria sociale delle relazioni interpersonali, uno stato di sofferenza psichica connotato da ansia, alzatacce antelucane, frustrazione e aggressività nei confronti di chi vive la dimensione del dove “liberarsi” del proprio autoveicolo.

Esaurito lo spazio orizzontale, i silos verticali, i garage sotterranei scavati come pozzi ai confini con le falde acquifere, non resta che prendere atto del fallimento nella progettazione delle città come luoghi del vivere condiviso, specialmente in ragione del fatto che il consumo dello spazio comune disponibile per ciascuno viene fruito in modo diseguale dalla platea dei potenziali fruitori.
Il vecchio tema dell’ineguaglianza tra gli uomini, vero spettro illuministico e rousseauiano, continua ad aggirarsi tra noi, ma resta pur sempre una notazione accademica che non genera neppure un posticino per il parcheggio del popolo minuto.

Poi esiste qualche idea interessante del vivere urbano, vedi il Bosco Verticale del quartiere Isola a Milano. Due palazzi a torre, ricoperti di piante come un angolo dell’Amazzonia con il loro doppio valore simbolico: a) come potremmo vivere e non siamo capaci; b) la gran massa di metalli e vetri dei grattaceli di Dubai, ricondotti alla gentilezza della natura e alla sua forza rigeneratrice. Insomma, non i recuperi della materia assemblati ad arte dal genio di Anselm Kiefer, ma l’occultamento attraverso il regno vegetale della produzione industriale, una sorta di eutanasia di una delle tante Ilva sparse per il mondo.

Penso che non ci sia posto per la gentilezza nel vivere e nel farla diventare un ingrediente fondamentale per limitare quanto c’è di tossico nell’esistenza con lo sciame delle manifestazioni che l’accompagnano.
Il primo principio della gentilezza è rinunciare a ciò che non è necessario, per esempio la doppia automobile. Pensate a quanti n posti per il parcheggio si genererebbero.

Bisogna essere un po’ ingenui e molto visionari per fermarci. Non la vedo facile. Penso alle case dei Guinigi a Lucca, quelle con i lecci piantati sulle sommità per portare verso il cielo la vegetazione. Roba medievale che oggi avrebbero da tempo stravolto facendo una bella sopraelevazione in cemento da rimediare con una sopportabile sanatoria edilizia. Questione di gentilezza.