In Germania la chiamavano “vasca da bagno” (Badewanne) per la sua forma rotondeggiante e accogliente. Ma allora, negli anni Settanta almeno a Roma nessuno lo sapeva. Era la mia Ford Taunus 17M bianca che piaceva per la sua stranezza quasi unica. È stata la mia prima auto, arrivata quando avevo appena preso il foglio rosa, settembre 1978. Facevo ancora il liceo e nessuno di noi aveva un’auto così grande e insolita. Anzi, quasi tutti avevano la Vespa o la moto. Qualcuno la 127, la Dyane o la 2CV.
Io no. Altre scelte. D’altronde mio padre sapeva che non ero certo prudente, così secondo il suo ragionamento vedermi dentro un’auto grande e grossa, pesante e robusta, lo faceva sentire più tranquillo. E qualche ragione ce l’aveva.

La mia Ford Taunus la vedevi lontano un miglio. Diversa dalle altre, strana per quegli anni. Mio padre l’aveva presa usata ovviamente o probabilmente da qualche parente, non ricordo bene. Comunque, aveva qualche anno di vita, anzi più di qualche anno. Costruita in diverse versioni dal 1939 fino al 1982 la Taunus aveva diverse sigle per identificarla. Fino al 1970 quella relativa alla cilindrata 12, 15, 17, 20, 26 era seguita dalla lettera “M”, che significa “Meisterwerk”, ovvero capolavoro. Proprio come era la mia: design avveniristico con quei fari ovali, parabrezza grandissimo e coda spiovente con le luci rotonde. Era lunga 4 metri e 45 ma sembrava gigantesca. Come gigantesco era il sedile anteriore, un unico divano, dove riuscivamo a stare anche in tre. Il motore era il 1700 da 60 Cv, pochi se paragonati alle potenze di oggi ma l’auto andava, eccome se andava. Consumava pure tantissimo e quando c’era da mettere la benzina (che allora si divideva) era sempre un salasso.

Era pesantissima, la Taunus e questo contribuiva ad immaginarla più sicura e resistente. Forse lo era davvero e noi lì dentro, comunque, ci sentivamo al sicuro. Ci andavamo in quattro, spesso in cinque. Qualche viaggetto, sempre con i miei compagni del Tasso, l’abbiamo fatto ma i costi ci limitavano molto. Al concerto di Patty Smith allo stadio Comunale di Firenze (settembre 1979) che segnò il ritorno del grande rock in Italia, nella Taunus, per compensare la spesa ci abbiamo anche dormito dentro, almeno in tre o forse di più, meglio non indagare.
Ma l’episodio che ricordiamo tutti è stato quello dei cento giorni alla maturità. Incoscienza pura, fortuna e chissà cos’altro. Avevamo organizzato un pranzo a Fregene, in spiaggia. Tutti con le nostre macchine che non erano molte e quindi tutte (ampiamente) al completo. Sulla mia Taunus eravamo, come al solito, in cinque, molto allegri e ben disposti ad esagerare. Così, appena arrivati al rettilineo di Maccarese prima della svolta a destra che immette sulla strada per Fregene, dai sedili posteriori arriva una frase che tra noi rimase famosa: “Imposta la curva, imposta la curva!”.

Ora, provate a immaginare una Taunus strapiena, pneumatici tutt’altro che perfetti, velocità eccessiva e davanti una curva a gomito “da impostare”. Ovviamente non penso a tutto questo e non mi faccio nemmeno pregare. Così, con il cambio al volante scalo una marcia (ne avrei dovute scalare almeno due!) inizio a curvare e ovviamente perdo il controllo della macchina proprio mentre mi ritrovo davanti a un gigantesco pino che faceva praticamente da spartitraffico. La Taunus si imbarca, prima da una parte poi dall’altra. Vedo l’albero a un millimetro e subito dopo scompare. L’auto riprende la carreggiata dopo qualche altra piccola sbandata. Il pino l’avevamo sfiorato e per fortuna nessuno veniva in senso contrario perché siamo finiti dall’altra parte della corsia. Comunque, il pericolo era passato ma non certo la paura.

Ci fermiamo pochi metri dopo. In silenzio, senza sapere cosa dire per qualche minuto. Finché sempre dai sedili posteriori si sente un’altra frase che non scorderò mai: “E’ finita, è finita”. Potevamo andare a pranzo. Eravamo salvi, incoscientemente salvi e felici. Chissà che il merito non sia stato proprio della cara vecchia Ford Taunus, la mia prima e gloriosa automobile… (4/continua)