La mia prima auto? Non saprei proprio. Ispirato da una passione non del tutto giustificata, ho sempre cercato di mettere le mani su un volante, qualsiasi cosa ci fosse attorno e, dopo l’esordio su quella a pedali, non ho memoria di un’automobile precisa alla quale attribuire i miei primi tentativi di guida.
Però ho un ricordo preciso e nitido, di quelli da bambino che ti porti dietro per tutta la vita, di una “prima volta” al volante; per la precisione con le manine appoggiate sulle razze, seduto sulle ginocchia di Silvio, autista dello zio Gianfranco.

Si parla degli anni Cinquanta e questo spiega la totale mancanza di coscienza nei riguardi della pericolosità dell’atto in sé, cose di cui mi sarei preoccupato molto più tardi, mentre all’epoca (avevo 6 anni) nulla poteva turbare l’emozione del momento.
Quello che è rimasto nella memoria assieme all’entusiasmo è però il contesto, a partire dall’auto in questione e di alcune sue particolarità che, oggi ancora più di ieri, hanno la capacità di suscitare stupore.

Parliamo di una strepitosa Fiat 1400 Cabriolet color “argento” (non metallizzata o silver-qualcosa con usa adesso) con interni in pelle rossa e plancia bianca, come i telefoni dei film americani. Lo zio l’aveva presa così in sostituzione della precedente Topolino 500C “Giardiniera legno” dello stesso colore (quindi specialissima) e ne era giustamente orgoglioso quando la guidava, in guanti traforati d’ordinanza, da solo o con l’autista accanto.
Il colpo d’occhio a quei tempi era spettacolare, e rendeva plasticamente l’idea di quello che la Fiat faceva e avrebbe potuto fare attraverso la sua divisione Carrozzerie Speciali, alle quali si devono tanti modelli decapottabili e le celebri 8V. Altri tempi.

Ma torniamo alla “mia” 1400 o, meglio, a quello che aveva colpito la mia passione ancora inespressa. Del volante bianco abbiamo detto, con le due razze orizzontali perfette per posare le mie mani e il tocco, innovativo e sofisticato, del semicerchio per l’azionamento del clacson che si limitava alla parte inferiore per non ostacolare la visibilità del cruscotto.

Ma il colpo di teatro veniva dalle maniglie delle portiere “a scomparsa”, inserite a filo della carrozzeria; per azionarle occorreva premere un pulsante che faceva sporgere la leva quanto basta per poterla impugnare. 75 anni dopo abbiamo i comandi a distanza ma non fanno certo lo stesso effetto.
A proposito di innovazioni sorprendenti mi è rimasto impresso un accessorio che non ho mai più visto in nessuna automobile nemmeno dell’epoca e che immagino fosse un irripetibile (o comunque irripetuto) raffinatissimo optional.

Non so quanti ricordino le vecchie chiavi di accensione a “chiodo” (praticamente un’asta cilindrica con una farfallina all’estremità), una soluzione buona per tutti gli usi che per decenni ha messo d’accordo tutti i costruttori di auto e moto e più recentemente ancora nei mezzi agricoli. Questa chiave, oltre a dare il “contatto”, poteva anche comandare l’accensione delle luci.
Ebbene quella 1400 Cabriolet aveva una chiave speciale dotata di una prolunga piegata con in cima una pallina bianca che si veniva a trovare vicino al volante e alla leva del cambio; grazie a questo “accrocco” si potevano così azionare le luci solo con un elegante colpetto di dita anziché portare la mano sulla plancia. Estrema ricercatezza che neanche la Rolls Royce… (5/continua)