“Il passaggio di proprietà non si può fare”
Questa battuta di Alberto Sordi, battuta surreale in un dialogo surreale, tra lui e Peppino De Filippo, la troviamo nel bellissimo film di Dino Risi Il segno di Venere, anno di grazia 1955. Un cast stellare, oltre a Sordi e Peppino, Vittorio De Sica nei panni del commediografo squattrinato, Franca Valeri dattilografa innamorata della poesia, Raf Vallone, Tina Pica, Maurizio Arena e Sophia Loren, bella, sfortunata e triste.

Il film ruota intorno alle diverse storie dei protagonisti: quella di Sordi è un continuo tentativo di vendere una macchina, una 1400 seminuova, di dubbia provenienza e priva dei necessari documenti di proprietà e di circolazione al povero Peppino, vittima delle tentazioni di Sordi e disposto a tutto pur di conquistare, senza speranza, la giovane Sophia Loren. Quella battuta è stato un tormentone per anni, continuamente citata per ironizzare su una situazione alla Sordi.

Parliamo della mia prima automobile. Era il 1986, ero appena tornato da un lungo soggiorno di studio e di lavoro a Londra e avevo bisogno di un mezzo qualsiasi per potermi muovere a Roma, già allora, forse più di adesso, imbottigliata in un traffico senza senso, mortificante e inspiegabile, specialmente per me che uscivo da 2 anni di trasporti urbani efficientissimi in quel di Londra.

Mio fratello rimediò una vecchia macchina da un suo collega giornalista: una vecchia Audi 50, colore verde, auto prodotta dal 1974 al 1978. Ma tant’è, era praticamente regalata, rimediata appunto. Qui si impone un piccolo inciso dialettale o meglio gergale. Tra di noi, romani veri o acquisiti, cresciuti a pane e Commedia all’italiana, rimediare è un verbo dal significato molto largo. Rimediare è anche comprare, perché comprare è un atto da poco riconquistato dopo le ristrettezze della guerra.
Nel mio caso la macchina, quella bruttina Audi 50, era praticamente regalata salvo, appunto, ma solo in via ipotetica, caricarsi la spesa del famoso passaggio di proprietà che, anche all’epoca, non era poca cosa. Io, giovane squattrinato non avevo nessuna intenzione di pagare quella “tassa” e il legittimo proprietario non sembrava molto interessato alla cosa. In più quell’automobile mi sembrava destinata a vita breve, sin dal primo momento in cui ci sono salito sopra.

Mi sentivo come quei tedeschi dell’est che giravano con le minuscole Trabant di cartone, su una macchina che, in ogni momento, si poteva aprire in due in mezzo alla strada. In più puzzava, un misto di vecchio e di muffa, un odore reso ancor più insopportabile dalla presenza di quei famosi Arbre Magique, che rendevano l’aria all’interno simile a quella di una camera mortuaria.
Però, era la mia prima auto e facevo di tutto per convincermi di aver conquistato, finalmente, la libertà di movimento, quel senso di libertà che solo l’automobile riesce a restituire. Non ne erano molto convinti i miei amici e anche la mia fidanzata di allora che, ogni volta che ci saliva, controllava se i vestiti non si sporcassero e praticamente si tappava naso e bocca.

La vita di quella mia prima automobile, come da me previsto, fu molto breve, non più di un mese. Ci lasciò, senza particolari rimpianti, in una bellissima serata primaverile, in zona Coppedè. Mentre stavo guidando, a non più di 30 chilometri all’ora, sentimmo un botto secco, definitivo e io persi il controllo, il volante non rispondeva più. Il semiasse si era spaccato e riuscì, a fatica, a parcheggiare l’Audi 50, ormai defunta, per poi andarla a riprendere il giorno dopo con il carro attrezzi e portarla ad uno di quei sfasciacarrozze sull’Olimpica.

Ma torniamo ad Alberto Sordi. Quella mitica battuta, “il passaggio di proprietà non si può fare”, definitiva e perentoria, aveva costituito il mio alibi a non agire, a lasciare le cose come stavano. Caro mi sarebbe costato!

Anche per noi malati di film di Sordi, che ripetevamo all’infinito brani di dialogo dei suoi film come guida alla vita di tutti i giorni, Un americano a Roma, Una vita difficile, Il Vedovo, il Vigile, quella situazione stava diventando insostenibile. Mio fratello, che era stato il tramite di questo movimento di automobili, veniva tormentato sempre di più dal legittimo proprietario che continuava ricevere avvisi di pagamento del bollo e di tutte le tasse amministrative di un’autovettura che, impropriamente rottamata, continuava a vivere secondo il Pubblico Registro.

Questa storia durò diversi anni, il paradosso di una automobile, guidata per un mese e posseduta, impropriamente, per un tempo infinitamente più lungo. Invertendo una massima di Carlo Marx: “La Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”, la farsa, la leggerezza di prendere le cose con ironica superficialità ispirata ai classici della Commedia, rischiava, in questo caso, di trasformarsi non dico in tragedia, ma in qualcosa di simile.
Mio fratello sempre più indispettito e nervoso, all’inizio, probabilmente per evitare problemi, avrà anche pagato diverse multe, mi costrinse alla resa. Il teatro di questa capitolazione fu un’agenzia Aci nei pressi della stazione dove, per prima cosa dovetti stipulare un atto di passaggio di proprietà di una macchina defunta ormai da anni e successivamente rottamare, correttamente e definitivamente, l’Audi 50.
La mia prima auto. E per smentire Alberto Sordi: “Il passaggio di proprietà si può fare!”. (9/continua)