Quando Einaudi pubblicò nel 1951 La letteratura americana e altri saggi di Cesare Pavese, un anno dopo la morte tragica dello scrittore, Paolo Conte era un ragazzo che iniziava il liceo classico ad Asti. Lāinteresse per la letteratura americana, nato a Firenze nel 1926 con la rivista Solaria, dentro e contro i gusti e gli interdetti culturali del Fascismo, gli proviene soprattutto dallāambiente familiare, unitamente alla passione per il jazz. Il mito dellāAmerica, i romanzi dei grandi scrittori americani, tradotti da Pavese, Elio Vittorini, poi da Fernanda Pivano, circolavano paralleli in alternativa al clima da strapaese, tipico del forte provincialismo che ha caratterizzato per un lungo periodo la storia culturale del nostro Paese.

In veritĆ il jazz, pur stroncato da un intellettuale come Theodor Adorno in una serie di interventi critici scritti tra il ā33 e il ā53, nei quali lo aveva definito come āuna musica dalla struttura melodica armonica metrica e formale elementarissima che combina lo svolgimento musicale a partire da sincopi in qualche modo irritanti che non scalfiscono mai lāottusa uniformitĆ del ritmo fondamentaleā (T. Adorno in Prismi, Einaudi 2018, p.108) rappresenta il filo rosso che scorre lungo la sensibilitĆ creativa di Paolo Conte.
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La Topolino amaranto (1975) ĆØ il simbolo della poetica e del borbottio interiore, una sorta di metalinguaggio che sale dalle viscere del cantautore e inframmezza e sincopa il suo dettato musicale. Puoi ritrovarti in un Mocambo immaginario, lāidoleggiato bar dove riparare dopo aver attraversato i vapori della terra langarola e improvvisare, come nel jazz soprattutto avviene, una session qualsivoglia per stralunati avventori.
“Dai, siedimi accanto, che adesso si va / Se le lascio sciolta un poā la briglia / Mi sembra unāAprilia e rivali non ha / [ā¦] Si sta chāĆØ un incantoā. Era lāestate del ā46, quando un litro di benzina costava quanto un chilo dāinsalata. E che dire del color āamarantoā, quello che sta tra la passione del rosso e la profonditĆ introspettiva del viola, per mettere fine a ogni futura rivisitazione dellāarmocromia?

Ancora oggi, in alcune autoscuole, campeggia il motore quattro cilindri in linea sospeso su un piccolo ponte, il propulsore che Dante Giacosa volle per la 500, quando Mussolini esortava la Fiat a costruire un modello di autovettura che āmotorizzasseā lāItalia.
Due posti secchi, terza e quarta sincronizzate, 21 litri di benzina nel serbatoio, quanto 21 chili dāinsalata e una capacitĆ di superare il 22 % di pendenza, tanto per le colline cosƬ amate da Pavese e Fenoglio.
