Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

L’altra Sex Machine di James Brown

Nel 2000 (accidenti: un quarto di secolo fa!) il mio film I cento passi venne designato a rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar per il miglior film in lingua originale e nel novembre/dicembre di quell’anno mi trasferii a Los Angeles grazie alla generosa ospitalità di Vittorio Cecchi Gori, che mi aveva prodotto cinque anni prima Pasolini, un delitto italiano ma che non aveva niente a che vedere con I cento passi (prodotto invece dal giovanissimo Fabrizio Mosca e da RaiCinema, allora capitanata da Giancarlo Leone), dunque ospite del tutto disinteressato cui sarò sempre riconoscente.

Quell’anno furono molti della comunità italiana di expats ad aiutarmi nella campagna per far conoscere il film agli elettori, a cominciare da Dino De Laurentiis, che fu prodigo di consigli e altrettanto amichevole, vincitore quell’anno dell’Irving Thalberg Award, il premio più ambito cui possa ambire un produttore. I cento passi, invece, pur essendo entrato nella cinquina del Golden Globe, cosa che faceva ben sperare, fu battuto da La tigre e il dragone di Ang Lee (film bellissimo) e la nostra spedizione transoceanica si risolse con una sconfitta che non fece a nessuno di noi troppo male perché già sembrava un sogno essere arrivati fin lì.

2001, Dino De Laurentiis riceve l’Irving Thalberg Memorial Award dalle mani del suo adorato Anthony Hopkins

Durante il lungo periodo della campagna, mi divertii a scorrazzare in lungo e in largo per Los Angeles, utilizzando una vecchia Mercury Monterey dotata di navigatore, noleggiata da una compagnia che si chiamava Rent a Wreck, cioè “Noleggia uno scassone” che aveva a disposizione un nutrito parco di auto d’epoca perfettamente efficienti e dunque sicure come una nuova di pacca. Con quella mi divertii a girare varie concessionarie che vendevano vecchie auto degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, il mio periodo preferito, e devo confessare di essere stato tratto in tentazione più di una volta.

Una di queste fu quando m’imbattei in una Lincoln Continental del 1942 appartenuta a James Brown, il musicista che più ha influenzato la musica e la scena rock, sconvolgendo l’assetto ritmico e melodico del rythm and blues, del soul, del funk, del rap e della disco, influenzando col suo modo elettrificato di stare sul palco gente come Mick JaggerPrinceMichael Jackson e un’infinità di altri interpreti. Aveva fama purtroppo di essere uomo violento e fuori controllo tanto che, pur ammirandolo come l’artista immenso che era, non si può tacere di questo aspetto che gli procurò molti guai.

1969 James Brown accanto alla Lincoln Continental MKIII e al suo Learjet

Aveva un debole per le Lincoln Continental di cui avrebbe negli anni posseduto parecchie evoluzioni, a partire dal modello 1942 che doveva essersi mangiato con gli occhi da bambino (era nato nel 1933) negli slums di Augusta in Georgia, senza immaginare che un giorno avrebbe potuto permettersela.

La Continental fu prodotta dalla divisione specifica Lincoln della Ford dal 1940 al 1948, sospesa e ripresa successivamente dal 1956 al 2000 interpretando il concetto americano di super lusso in concorrenza con le Cadillac della General Motors o le Imperial della Chrysler, automobili che nelle intenzioni dovevano contendere la primazia alle Rolls-Royce e Bentley inglesi o alle Mercedes-Benz tedesche (le italiane Isotta Fraschini e le francesi Bugatti erano purtroppo ormai fuori gioco).

Il model year 1942 si distingueva per una linea ancor più massiccia e ridondante della precedente nonché la civetteria della ruota di scorta incernierata al bagagliaio che l’ospitava, una caratteristica che avrebbe conservato nel tempo fino agli anni Settanta e oltre, diventando una sorta di marchio di fabbrica.

Lincoln Continental model year 1942

Il veditore della Continental 1942 sapeva di avere un pezzo pregiato e chiedeva (giustamente) un sacco di soldi, dunque non mi imbarcai in quello che appariva un evidente bagno di sangue dato che oltre alle spese d’acquisto si dovevano aggiungere quelle per trasporto, dogana e immatricolazione italiana (molto meno suggestiva di quella californiana originale) sempre di non avere sorprese di meccanica o carrozzeria. Feci ritorno in Italia consolandomi con le cassette e i CD del Padrino del Soul (The Godfather of the Soul), come si faceva chiamare, le folli Please, Please, Please/Why Do You Do Me o Get Up Sex Machine o Papa’s Got a Brand New Bag, che sentirle e aver voglia di ballare è tutt’uno.

James Brown, la cui fortuna ammontava a 90 milioni di dollari, morì nel 2006 all’Emory University Hospital di Atlanta dov’era ricoverato per problemi cardiaci. Recentemente la Cnn ha ricostruito in un’inchiesta i molti pasticci presenti nella cartella clinica del cantante e insinuato addirittura il dubbio di un omicidio dettato da complicate questioni ereditarie. Non conosco abbastanza i documenti per entrare nel merito ma è un fatto che dopo la morte di James Brown avvennero altri omicidi sospetti: quello della sua terza moglie Adrienne (uccisa da un’overdose “accidentale”, qualunque cosa questo aggettivo voglia dire) e del genero che aveva minacciato di spifferare qualche retroscena e, dopo essere stato accoltellato dalla moglie poco prima del funerale di James Brown, fu assassinato qualche anno dopo da un sicario. Storie tremende e intricate, che forse solo scrittori come James Ellroy o Cormac McCarthy saprebbero raccontare.

Tornando alla Lincoln Continental della fotografia che lo ritrae all’aeroporto di Los Angeles accanto al suo Larjet 23, si tratta del modello 1969, lo stesso immortalato dal leggendario The French Connection (in Italia: Il braccio violento della legge, 20th Century Fox 1971) di William Friedkin, interpretato dal magnifico Gene Hackmann e dal carismatico Roy Scheider per non dire della serie di eccellenti attori che vanno da Fernando Rey a Tony Lo Bianco e Marcel Bozzuffi. Leggenda vuole che Fernando Rey fosse stato scritturato per errore: Friedkin voleva il protagonista di Belle de jour di Luis Buñuel ma intendeva Francisco Rabal e non il pur bravissimo Fernando Casado Arambillet, vero nome di Fernando Rey. Quando si rese conto dell’errore non fece una piega. Lo accolse a braccia aperte e fece bene.

William Friedkin sul set di The French Connection
William Friedkin e Gene Hackman sul set di The French Connection