Il petroleo extra pesado, il greggio venezuelano, ha la consistenza della melassa, è viscoso e utilizzabile solo se diluito. Insomma è un bitume, buono, come si faceva tanto tempo fa, per curare la pertosse. Ricordo che, da bambino, mia madre mi portava, bello imbacuccato, vicino ai vapori delle cisterne che trasportavano il catrame per asfaltare le strade. Respira forte, amore de mamma tua, vedrai che ti passa. Altrimenti bisognava decollare su qualche piccolo Piper e respirare in quota per alleviare gli ululati della tosse convulsa oppure sperare di volare su qualche scopa, come era successo in Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, ma, siccome vivevamo a Roma, ciò non fu possibile.

La scienza frega la fantasia, però guarisce e così fine di quell’ambaradam. Oggi il bitume interessa agli States che lo trasformeranno in un elisir per i motori delle automobili delle Americhe e bolivares per le tasche dei venezuelani. A noi che, poveretti, rimaniamo molto delusi dalla piega che ha preso il Sol dell’Avvenir con le sue miserande disavventure, non resta che affidarci alla letteratura e al cinema e al sistema delle arti sia nella variante visiva che in quella auricolare.
In un romanzo profetico e visionario, Il liberatore dei popoli oppressi di Arto Paasilinna (2015, Iperborea), Vjlio Surunen, un glottologo iscritto alla sezione di Amnesty International di Helsinki, sposa la causa dei popoli oppressi e decide di voler salvare insieme alla sua amata Anneli Immonen i prigionieri politici di tutto il mondo.

Uno, innanzitutto, il professor Lopez detenuto in uno stato immaginario del Centroamerica, il Monterey, dove un tiranno lacchè degli americani fa il bello e il cattivo tempo. Non diversamente accadrà, quando Surunen, ritornato in Europa con i medesimi eroici furori di liberatore universale, si imbatterà nella Delatoslavia, altro stato immaginario situato tra Austria, Ungheria, Cecoslovacchia (il romanzo fu scritto nel 1986) e Unione Sovietica, dove i detenuti politici sono rinchiusi in un manicomio.
Insomma, il genio tragicomico di Paasilinna non risparmia i dittatori equamente distribuiti sulla terra e il programma di liberare gli oppressi si è trasferito nella parte del giorno occupata dall’onirico, sperando che non ci tolgano anche quello, miniera inesauribile di ispirazione e tormento.

Proprio qualche notte fa ho sognato di fare un viaggio in slitta, complice probabilmente Babbo Natale, in direzione di Nuuk la capitale della Groenlandia, anche per sottrarmi a tutte le analisi geopolitiche che si rincorrono sui media. Pietà. Che ci fai in slitta con le renne, quando lungo le strade non corrono altro che Subaru e Volvo? E la mattina perché ti ostini a imburrare il pane con il Lurpak, il burro danese che tra non molto ti andrà di traverso? Mi chiedo, mentre la radio diffonde un grande interrogativo: ma Trump e Maduro reggono l’infinito futuro? Bella domanda.