Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

Il ricordo di Jodice, Napoli e quell’auto coperta da un telo bianco…

A distanza di un giorno dall’altro, il 28 e il 29 ottobre di quest’anno, se ne sono andate due delle voci più significative della cultura napoletana contemporanea. Mimmo Jodice (1934-2025) fotografo eccelso e James Senese (1945-2025) sassofonista sublime. Due intelligenze antiretoriche nel modo di vedere e sentire l’oro di Napoli con lo sciame delle sue parusie, voci così dissonanti rispetto a quella sottocultura che ha spesso rappresentato ogni accadimento all’ombra del pino e del Vesuvio della cartolina. Oggi di cartoline non se ne spediscono più e tocca sorbirsi quest’apocalisse di selfie con facce e ghigni dei quali è meglio tacere.

Mimmo Jodice

In occasione di una straordinaria mostra a Villa Pignatelli a Napoli, poi trasferitasi alla Galleria Rondanini a Roma, esce il volume Vedute di Napoli (1980), nel quale Mimmo Jodice, influenzato da De Chirico e Magritte, abbandona la visione naturale per aderire ad una lettura straniata di luoghi e persone della sua città (vedi Roberta Valtorta, Mimmo Jodice, Bruno Mondadori 2013).

“Vedute di Napoli”

In uno degli scatti, Opera n. 29, un’automobile coperta da un telo bianco, Jodice rinviene “il fantasma di una presenza estranea, misteriosa e inquietante, che viola un contesto antico e fa il deserto intorno” (Valtorta p. 69). Un lenzuolo, simile a un sudario che rinvia alla morte ma senza sacralità, allo stupro dei luoghi per volgarità e sottrazione di senso. Di tali contrasti Napoli è piena. Dalla bellezza stupefacente del Cristo velato di Giuseppe Sammartino, conservato nel Museo Cappella Sansevero, alla documentazione dell’oscenità di un lenzuolo gettato su una carcassa di automobile in un vicolo oscuro, dove albeggia la percezione di una miseria ancor più dilatata.

Mimmo Jodice Opera n. 29, un’automobile coperta da un telo bianco
James Senese

Jodice, chiamato più volte a dare spiegazione di quelle immagini della città che non aveva mai smesso di amare, volle sfatare il mito di una Napoli allegra e rumorosa, “questa città l’ho sempre sentita profondamente triste, dolente e con un forte e rassegnato senso di morte”. Così Giuseppe Marotta, Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria, Ermanno Rea, e non ultimi Pino Daniele e James Senese, solo per ricordarne alcuni.