Car and Friends

Valerio Berruti
Marco Tullio Giordana

Tutto quello che non dovete sapere sulle auto

I primi 50 anni di Suzuki in Italia: una storia di sostenibile leggerezza

Ecco una storia che rivaluta il mercato italiano e la scelta di esserci. Parliamo di auto e stavolta di Suzuki, marchio giapponese fondato nel 1909 che oggi produce automobili, moto e motori marini. In realtà la produzione di vere e proprie macchine inizia poco prima della Seconda guerra mondiale perché prima Suzuki aveva sempre realizzati telai meccanici. Sono telai perfetti, solidi, efficienti che hanno la sola “colpa” di durare troppo. E siccome il mercato non cresce più di tanto, il fondatore Michio Suzuki, figlio di un agricoltore di Hamamatsu, a metà degli anni ’30 comincia a pensare alla necessità di diversificare, aggiungendo altri prodotti accanto al filone tradizionale. La sua ricerca si basa sull’osservazione del mercato, dei comportamenti e delle esigenze dei suoi compatrioti cercando di capire quali nuovi bisogni stanno emergendo. La scelta cade sulle automobili perché i giapponesi hanno sempre più bisogno di mezzi di trasporto economici e prodotti localmente. Arrivano i primi prototipi, i motori e qualche geniale scoperta come il propulsore per la bicicletta. Ma soprattutto arrivano le piccole fuoristrada. Quelle che piacciono all’Europa e all’Italia.

1976, la prima sede di Suzuki in Italia a Robassomero, vicino Torino

Siamo negli anni 70 e il mercato delle automobili è ancora quasi tutto legato al mercato d’origine. Ma Suzuki guarda già all’Italia dove nel 1976, esattamente 50 anni fa, comincia una storia ricca di successi, ottenuti tutti però senza correre, senza voglia di stravincere. Una storia fatta di persone, innovazione e di un rapporto con il nostro Paese, diventato sempre più stretto.
A raccontare tutto è Massimo Nalli, numero uno di Suzuki Italia: “Ci sono aziende che raccontano la propria storia attraverso i numeri e ce ne sono altre che preferiscono farlo attraverso le persone. Suzuki Italia appartiene alla seconda categoria.

Massimo Nalli, presidente di Suzuki Italia

È una considerazione che sintetizza una storia industriale costruita senza grandi strappi. Una storia nella quale il prodotto (auto, moto e motori marini) è sempre stato importante ma altrettanto è stato il rapporto tra le persone: quelle di Suzuki, quelle della rete dei concessionari e quelle che hanno scelto un prodotto del marchio giapponese. E naturalmente è anche una storia di successo visto che l’Italia è diventata il fiore all’occhiello del mondo Suzuki in Europa, primo mercato continentale, con 19.415 vetture vendute da gennaio a luglio di quest’anno, davanti a Regno Unito, Germania e Francia. Non a caso l’unico centro stile europeo dal 2009 è nel Torinese, a Robassomero, sede di Suzuki Italia.

“Tutto è iniziato con l’obiettivo di vendere qualche moto – ha ricordato Massimo Nalli, presidente e amministratore delegato di Suzuki Italia – La storia ufficiale della filiale italiana,  comincia nel 1976, anche se la presenza Suzuki in Italia risale al 1970 con le prime motociclette importate.

Da allora sono cambiate le automobili, le tecnologie e il mercato, ma non un certo modo di intendere l’impresa. È la filosofia giapponese dei piccoli passi, quella del miglioramento continuo, del fare bene le cose senza necessariamente cercare la scorciatoia. Un approccio che Nalli riconduce anche alle persone: «Le aziende sono fatte da chi le compone e hanno il carattere delle persone che le compongono».

È forse questa la chiave per leggere i 50 anni di Suzuki in Italia. Non una crescita costruita attraverso grandi rivoluzioni, ma attraverso una successione di scelte coerenti. Dalle prime moto ai fuoristrada LJ e Samurai, dalla Vitara alla Swift, fino alla Jimny e alla più recente e Vitara elettrica, Suzuki ha costruito la propria identità rimanendo fedele a un’idea precisa: proporre prodotti compatti, funzionali, tecnologici ma concreti. La stessa filosofia che la Casa sintetizza nel principio «Sho-Sho-Kei-Tan-Bi»: più piccolo, meno numeroso, più leggero, minimale e bello.

Nalli rivendica anche un altro elemento distintivo: la continuità. In un’industria automobilistica abituata a inseguire volumi, promozioni e risultati immediati, Suzuki ha scelto spesso una strada diversa. «Siamo sicuri che la stabilità non dia un bonus?», è la domanda provocatoria del presidente. Una stabilità che non significa immobilismo, ma la possibilità di costruire nel tempo rapporti con i clienti, con la rete e con il territorio.

È una filosofia che si ritrova anche nelle scelte commerciali. Suzuki, per esempio, ha deciso di non inseguire il mercato delle km zero come strumento per gonfiare artificialmente le immatricolazioni. È una scelta che può costare qualcosa nel breve periodo, ma che risponde alla stessa logica: meglio vendere un’automobile a un cliente che la utilizzerà realmente piuttosto che inseguire il numero delle targhe.

E proprio il rapporto con il cliente rappresenta uno dei punti centrali della filosofia Suzuki. «Il DNA di Suzuki è sempre stato quello di aiutare i clienti e i potenziali clienti a vivere meglio», ha spiegato Nalli, sottolineando come accessibilità non significhi soltanto prezzo, ma anche offrire prodotti adatti alle esigenze reali delle persone.

Oggi, però, il mercato è profondamente diverso da quello degli anni Settanta. L’industria automobilistica vive la transizione energetica, la pressione normativa e l’ingresso sempre più aggressivo dei costruttori cinesi. Anche su questo Nalli invita a non confondere velocità con successo. «Manca la pazienza», ha osservato parlando dei nuovi concorrenti orientali: la corsa alla conquista delle quote di mercato può essere efficace, ma rischia di lasciare per strada aspetti fondamentali come la rete di assistenza e la relazione con il cliente.

È la stessa logica che spiega alcune scelte apparentemente controcorrente di Suzuki. Come quella della Jimny: «La nostra cultura aziendale ci porta a interpretare le norme nel loro spirito, non solo nel loro dettato», ha spiegato Nalli. Se l’obiettivo europeo è ridurre le emissioni, Suzuki ha preferito togliere la Jimny dal mercato europeo piuttosto che limitarsi a pagare le sanzioni. «Non è che Suzuki non abbia i soldi per pagare le multe», ha detto Nalli, «ma l’Europa non la vuole perché vuole ridurre la CO2 complessiva».

Anche qui ritorna il concetto di fondo: interpretare le regole, non soltanto aggirarle. «La differenza è tra mordere il mercato o cercare di interpretarne le intenzioni», sintetizza Nalli. Forse è proprio questo il messaggio di questo anniversario. Indubbiamente in controtendenza rispetto a quanto siamo abituati a vedere in Italia.