I motivi che portarono alla crisi energetica del 1973, con la conseguente politica di austerià adottata in molti paesi, furono diversi. A partire dalla chiusura del canale di Suez a causa delle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973 che costrinsero le petroliere a circumnavigare l’Africa per giungere nei porti europei. A questo si aggiunse l’aumento delle royalty richieste dai paesi produttori, cosa che determinò l’impennata dei costi di trasporto e dei prezzi al dettaglio favorendo il galoppo dell’inflazione.

Non siamo purtroppo in una situazione molto diversa e i tentativi dei governi di mascherare il ritorno dell’austerità e del crollo del potere d’acquisto si scontreranno presto con la dura realtà. Ritorneranno le domeniche a piedi, le targhe alterne, le biciclette, i carretti trainati da cavalli e somarelli? Ricordo con una certa insofferenza, oltre al disagio di non potersi più muovere in libertà, la retorica improvvisamente dilagata su tutti i giornali e in televisione (allora c’era una sola rete) per magnificare la castità medievale, la zoppìa cui eravamo condannati dovendo in più farcela piacere come suprema e timorata scelta di ecologia.
La verità è che tutti cominciarono a comprendere che il mondo era congiunto da equilibri delicatissimi e che l’area infiammata e instabile del Medio Oriente avrebbe avuto enorme influenza sul nostro futuro stile di vita e destino di consumatori.

L’avvio delle restrizioni cade per noi ufficialmente il 30 novembre 1973, un mese e cinque giorni dopo la fine della guerra del Kippur, che aveva scatenato l’aumento del 70% del prezzo del petrolio e l’embargo da parte dei paesi membri dell’OPEC contro gli stati occidentali filoisraeliani. Il Presidente del consiglio, Mariano Rumor, apparve in televisione con aria contrita per comunicare al Paese le nuove misure di contenimento:
Dovremo usare meno l’automobile e di più i servizi pubblici, dovremo abbassare il termostato del riscaldamento, nelle case e negli uffici, nel mio come nel vostro. Dove basta una lampada cerchiamo di non usarne due. Occorre però avere chiaro che l’epoca delle energie a basso costo e abbondanti è tramontata.

L’improvviso obbligo all’austerità fu un duro colpo alle nostre abitudini e ricordava le misure belliche e post-belliche che sembrava non dovessero mai più tornare. Le auto autorizzate a circolare nelle giornate festive furono soltanto 360 mila a fronte di un parco macchine di circa 12 milioni e mezzo di veicoli, l’illuminazione pubblica venne ridotta del 40%, le insegne dei locali spente alle ore 21, i cinema chiusi alle 23, bar, ristoranti e night club alle 24. Vedremo se toccherà tornare a quelle misure visto che quasi tutti i Paesi, compreso purtroppo il nostro, non hanno saputo scoraggiare – con la lodevole eccezione della Spagna – l’ennesimo affronto al diritto internazionale dissociandosi molto timidamente dalle opzioni aggressive, o addirittura appoggiandole, anziché battersi per la pace.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale “L’economia globale sta deragliando dalla sua rotta” e lancia l’allarme sulle conseguenze della guerra nel Golfo. Sostiene che stiamo andando dritti verso una recessione “cosa che si è verificata solo quattro volte dal 1980. Il FMI rivede al rialzo le stime sull’inflazione globale nel 2026: al 4,4% (per l’Italia più ottimisticamente al 2,6%) e al ribasso quelle per il nostro PIL che scenderà a +0,5 nel 2026 e 2027, tagliando di 0,2 punti percentuali per entrambi gli anni la stima di gennaio (sempre che la guerra abbia una durata limitata e la tempesta si attenui entro giugno). Non sono belle notizie.


La crisi nel Golfo Persico e il blocco dello Stretto di Hormuz, causati dall’inasprimento del conflitto in Iran e dalla mutevolezza delle strategie militari (o dall’assenza di strategie militari che non siano il bombardamento a tappeto) stanno per riportarci sull’orlo di una nuova austerity. Non si tratta di lamentarsi per gli inconvenienti (di cui le passeggiate a piedi per le nostre belle città non sono che il minimo) ma di non rassegnarsi a un’economia di guerra perenne fermando questa corsa forsennata. Non dobbiamo sentirci ingenui o volonterose anime belle a chiedere il ritorno della ragione nella politica internazionale.



