Un mattone ai tempi dei Sumeri in Mesopotamia aveva una dimensione di 12x24x5.5 centimetri e pesava all’incirca 2.7 chilogrammi. Allo stesso modo un’autoradio, negli anni Settanta e Ottanta del secolo passato, aveva presso a poco le stesse dimensioni e un peso non lontano. Però, mentre i mattoni se ne stavano buoni a sfidare il tempo, l’autoradio estraibile non sapevi mai dove nasconderla. Sotto il sedile non ne parliamo, nel portabagagli meglio mi sento. Così, insieme al borsello con il mazzo di chiavi e il pacchetto di sigarette, eri costretto a portartela dietro. Il che non era il male assoluto, perché il parallelepipedo diventava una sineddoche del tuo stato, la parte per il tutto. Se avevi l’autoradio significava che possedevi un’auto. Ci siamo capiti. Gliene abbiamo fatte fare di vasche nelle strade dello struscio alle Motorola e alle Pioneer, similmente allo strascico di una rete nel mare.

La fila dagli elettrauto per installare l’impianto Hi Fi, con tanto di woofer da piazzare negli sportelli e agli angoli del lunotto, ha rappresentato un passaggio obbligato nell’ars amandi dei titolari della patente B. Così le utilitarie, fossero Bianchine Autobianchi o Fiat 500, si trasformarono in monocamere senza servizi con tanto di musica a bordo. Intendo, non i lasciti di Claudio Villa o Nilla Pizzi, ma la svolta epocale del Jazz easy di Fausto Papetti. A lui buonanima (1923-1999), al suo sound moderatamente roco, allusivo e diretto allo scopo, ha fatto ricorso una generazione intera per apprendere i rudimenti dell’educazione sentimentale.

Le cover delle cassette delle sue incisioni, un po’ scollacciate e in stile Playboy, occupavano uno spazio considerevole nelle edicole insieme a pubblicazioni ispirate ad un eros casareccio e tamarro. Fausto Papetti con le sue trasposizioni jazz proponeva un salto di livello. Non era John Coltrane o Dizzy Gillespie, ma suggeriva la possibilità di pensare che sul lungomare di Ladispoli potesse arrivare qualche sonorità d’oltreoceano. Tanto, il dunque dell’amore, della sua intimità e del desiderio vitale, si sarebbe comunque espresso tra poche parole e gli assolo del sax alto di Papetti.

Una svolta fu, a metà degli anni Ottanta, l’evoluzione delle autoradio con l’introduzione del frontalino, che permetteva di lasciare in auto il mattone mesopotamico. Eravamo diventati più discreti al pari dei tifosi che il pomeriggio della domenica giravano con la radio sulla spalla in ascolto delle partite del campionato di calcio.

Come sempre, ci si sfidanzava e le cassette di Papetti restavano sotto il cruscotto per associare gli amori ai brani musicali. A ognuno il suo, eppure – è capitato – qualcuno si chiedeva perché quel bambino o quella bambina si chiamassero Fausto o Faustina. O Diego o Vasco o Mina.